Che cosa intendiamo quando pronunciamo la parola “Dio”?

L’intestazione corretta dovrebbe essere alla prima persona singolare, poiché ognuno di noi ha una propria personalissima esperienza, e quindi concezione, del “divino”, di ciò che chiamiamo “Dio”; ma sarebbe impropria un’esibizione troppo personalistica. E poi la riflessione che segue esprime anche idee ormai condivise, persino in ambito cattolico.

L’intestazione corretta dovrebbe essere alla prima persona singolare, poiché ognuno di noi ha una propria personalissima esperienza, e quindi concezione, del “divino”, di ciò che chiamiamo “Dio”; ma sarebbe impropria un’esibizione troppo personalistica. E poi la riflessione che segue esprime anche idee ormai condivise, persino in ambito cattolico.

Tutto nasce dal senso della Trascendenza, dalla capacità di percepire, di sentire una forza, “qualcosa” che ci trascina fuori di noi stessi, dall’ossessione dell’autoriferimento, e ci  affida al regno della possibilità, quindi della libertà. Ci cogliamo donati a noi stessi, comprendiamo confusamente che la nostra origine è al di sopra e al di fuori di noi, avvertiamo dei limiti contro i quali nulla possono le nostre categorie intellettuali. Allora consideriamo il mondo e la storia con occhi diversi. Pensiamo che nonostante gli orrori e le crudeltà, anche del regno naturale, l’essere è di per sé positivo, più positivo del non essere; che il tutto è sorretto da una volontà benevola; che l’ assoluta ed enigmatica gratuità della bellezza è segno, cifra di qualcosa che ci oltrepassa; che al momento della nascita l’esistenza stringe un patto con noi e di questo patto ci rende responsabili, nel duplice senso del termine: che dobbiamo onorarlo e che dobbiamo rispondere, assumendo la nostra storicità e facendo accadere nel tempo la verità. Il che vuol dire innanzi tutto che ci sollecita alla ricerca di un senso: non di un fondamento esterno, di una causa lontana del tutto, come voleva la vecchia metafisica. Piuttosto un darsi originario: “La rosa è senza perché; fiorisce poiché fiorisce, / di sé non gliene cale, non chiede d’esser vista” scriveva il  poeta, cattolico e gesuita, Angelo Silesius nel suo Il pellegrino cherubico. Non ci è dato impadronirci del “perché”, ma possiamo lasciar essere una presenza che ci sfugge e si rivela nel nascondimento.  La Trascendenza è percepita come qualcosa di assolutamente altro da noi e dal mondo ma ci interpella nel mondo rinviando a ciò che è oltre, celato, come il Dio del Primo Testamento che parla “con voce di silenzio sottile” (I Re,19, 12)  o si fa vedere solo di spalle (Es. 33, 23): si dà sottraendosi, si rivela come mistero. La Trascendenza non dà spiegazioni: si dischiude nella “giustezza” di ciò che è, invitandoci a non violare il suo mistero ma a riconoscerla anche quando ci sarebbe più facile negarla o ignorarla.  Ci fa sentire la consapevolezza del mondo, lo spessore della realtà, l’essenza delle cose, ciò che potrebbero essere oltre la loro consistenza empirica. Ci fa sensibili all’incompiutezza e ci dilania con la nostalgia di una pienezza mai vissuta. Pretende che facciamo esistere Dio.

Tutte le religioni sono grandi, o piccoli, sistemi simbolici o mitologici o metaforici che rinviano a ciò che non è altrimenti comprensibile o dicibile. Parti che alludono a un intero. Concretizzazioni storiche dell’ esperienza del Trascendente.  Indici di realtà che restano insondabili. Veicoli di una “verità” già potenzialmente presente in ognuno di noi ma che, come la Bella addormentata, deve essere risvegliata dal bacio del Principe. Uomini di particolare sensibilità, nella nostra tradizione Gesù di Nazareth innanzi tutti, ma anche Paolo o Giovanni, e alcuni grandi santi o gli antichi profeti, nella loro tormentata dimestichezza col Signore, hanno colto delle scintille del “divino” e ce le hanno trasmesse coi loro racconti, come Omero coi viaggi di Ulisse. Certi livelli di realtà solo il simbolo li può dischiudere. E non possono trasmettersi se non in chiave mitica, lo dicevano già Jaspers e Pareyson in polemica con Bultmann.  Le diverse, e a volte contraddittorie, immagini di Dio che percorrono il Primo Testamento confluiscono nel Dio-Amore raccontatoci da Gesù nel Secondo. E questo Dio-Amore è rappresentato nella vita e nella morte di Gesù al punto da potersi dire a buon diritto “incarnato” in lui.

Ma soprattutto l’atteggiamento religioso ha bisogno di concretezza: dobbiamo personificare, antropomorfizzare, usare il nostro linguaggio umano. Difficile altrimenti dialogare con qualcosa che, con il grande Tillich e al suo seguito molti teologi americani, potremmo chiamare la “Realtà Ultima”. O Fondamento dell’essere. O Totalità dell’essere e via astraendo. Abbiamo invece bisogno di chiamare “Padre Nostro” quella che sperimentiamo come una Presenza che ci avvolge e va oltre. Sentiamo il bisogno di collegare a una “persona” che chiamiamo Dio il senso di gratitudine o il nostro senso del finito, anche se poi, in realtà, il riferimento non è molto importante. E’ davvero necessario sapere se Dio esiste realmente o no? In fin dei conti la nostra consapevolezza “creaturale” e il nostro rendimento di grazie ci sarebbero ugualmente anche se lui non esistesse come persona. Pura emotività? Non credo. E’ come la voce della coscienza: viene da dentro ma “sappiamo” che non è la nostra; allo stesso modo sentiamo che il senso di pienezza interiore si espande all’esterno in un trasporto di gratitudine e percepiamo con certezza che non è solo effusività sentimentale ma anche risposta a una condiscendenza amorosa che di per sé  non sarebbe essenziale nominare. Ed è una risposta di tutta la nostra vita, non l’adesione razionale a una “verità” fissata una volta per tutte.

Allo stesso modo, e per fare un solo esempio: ho bisogno della definizione dogmatica della verginità di Maria (secondo una qualifica peraltro diffusa anche in altre religioni, come insegna l’approccio comparativistico) per vedere nella mamma di Gesù un esempio fulgido di coraggio e umiltà, mitezza e riflessività, attenzione agli altri (Cana!) e accettazione consapevole di un destino doloroso? Un ridimensionamento della fisiologia della Madonna non impedisce di continuare a recitare preghiere splendide come l’Ave Maria e la Salve Regina, magari anche in latino, che è così bello e ricco di storia. Così come non impedisce di affidarci alla tenerezza di questa figura femminile che tanta importanza ha avuto, almeno in linea di principio, nel plasmare un ideale di donna unico nella storia del mondo. E di guardare, anche con devozione, le splendide immagini che ci tramandano le arti.

Quello che intendo dire è che in un’epoca in cui la mentalità scientifica è l’a priori, il criterio di verità del nostro orizzonte conoscitivo, in cui è difficile credere nella necessità di un dio e in cui l’esperienza del rapporto col divino è sempre più personale e sempre meno istituzionalizzata, anche dal punto di vista pastorale sarebbe forse opportuno lavorare sull’educazione e lo sviluppo della sensibilità religiosa più che sulla dottrina, i dogmi, i valori non negoziabili, la fissazione sulla legge naturale, le pretese universalistiche e via vaticaneggiando. La sensibilità religiosa è affine a quella estetica, e come questa va educata e coltivata. E come il gusto estetico cresce e si sviluppa attraverso la frequentazione del bello, così il senso religioso si afferma in noi attraverso un’educazione al mistero, alla percezione di quegli sprazzi divini che esso lascia talvolta trapelare. Non possiamo più credere alla lettera dei testi, tanto meno dei documenti ecclesiastici, se non vogliamo vivere un rapporto continuamente conflittuale tra la ragione contemporanea e ciò che crediamo quando diciamo di credere. Temi come la creazione, il peccato originale, il rapporto figlio-padre nella vita del Gesù storico, la resurrezione spirituale o fisica di Gesù, per fare solo qualche esempio, restano inerti se stancamente ripetuti come realtà fattuali, oggettive, cui si deve un assenso diciamo ragionevole. Però possiamo andare oltre e interpretarne piuttosto il senso profondo, cercare di intuire le realtà non empiriche e non intellettualmente controllabili cui i testi alludono. Non dobbiamo domandarci “Che cosa è successo veramente?”, bensì “Che cosa questo significa per me?”: nella fede è importante il senso, non la verità. Solo così, oggi, la Trascendenza può diventare l’orizzonte in cui viviamo.

Peregrinus