QUARESIMA E… ALTRO

“Già da molti anni… Combray… non esisteva più per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere… un po’ di tè… mandò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiamati «madelaine», che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia… Macchinalmente… portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «madelaine». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii… Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa… Donde m’era potuta venire quella gioia violenta?… Bevo un secondo sorso… un terzo… Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo… E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l’evidenza della sua felicità, e della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva… E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «madelaine» che la domenica mattina a Combray… quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio”.

Il brano, famosissimo, è tolto da Du côté de chez Swann di Michel Proust e racconta un’esperienza in realtà molto comune: un ricordo dell’infanzia – una infanzia resa felice dalla toelette du souvenir che inevitabilmente operiamo su di essa – che si è stampato indelebilmente nelle nostre menti, e che un suono, una immagine, in questo caso un sapore – o meglio una miscela di sapori – fanno riaffiorare all’improvviso…

È accaduto tante volte, e credo a ognuno di noi… Un odore, un profumo che viene da lontano e richiama alla mente qualche scampolo del passato: e non solo per la vita di casa… Rammento il mandarino, simbolo di un Natale antico, povero ma felice, mescolato alla resina dell’abete (vero); il crisantemo dolciastro e la visita a chi ci ha lasciato – ma non è poi così lontano; i fiori di pesco, le uova sode dipinte, le erbe amare di campo e soprattutto lo scampanio festoso della Pasqua: l’unica nonna che ho conosciuto mi raccontava che dal pomeriggio del venerdì santo tutte le campane tacevano perché volavano… a Roma!… ma tornavano la notte del sabato, giusto in tempo per sciogliersi in una sonora e gioiosa testimonianza che la morte era stata vinta!… Sarà per questo che le nostre chiese si riempiono improvvisamente la notte di Natale, ai Morti e alle Palme? Sarà forse il riaffiorare dell’infanzia a guidare la gente in chiesa in quelle occasioni?

Personalmente, non ho, invece, ricordi particolari del periodo della Quaresima, tolti forse il merluzzo a bagno cui bisognava cambiare sovente l’acqua, e la fame dei venerdì di digiuno: ma com’è che proprio quel giorno lì si sognavano tanti cibi succulenti?

Chissà, forse dipende dal fatto che in casa coesistevano pensieri molto diversi circa la fede… Papà era molto laico, ma anche uomo di forti valori civili e di un rigore morale vissuto con semplicità e naturalezza. Mamma invece no: era una donna intelligente e colta, con una religiosità profonda e realmente attenta alla dimensione umana di chi le stava davanti, pronta a rispettare chiunque e coglierne le migliori qualità… Altrimenti, come avrebbero potuto amarsi e stare insieme, del resto?

Papà non faceva obiezioni circa l’educazione di noi figli: credo però che la mamma cercasse di non ‘esagerare’… Sarà forse per questo che la Quaresima non teneva troppo la scena… Comunque, ben presto mi sono fatta tante domande: ma perché un papà così caro non mostrava precisamente di appassionarsi alle cose ‘di chiesa’? Crescendo poi i dubbi diventavano anche più forti… Quanto interesse per la cultura, la filosofia, la storia, ma anche la parte scientifica degli studi liceali, con le loro domande impertinenti e la loro prospettiva ‘laica’… Fanno del male i dubbi? Io credo proprio di no: e penso che, al contrario, sia così che si possa formare un credente adulto, che non ha timore di confrontarsi con la cultura del suo tempo, quale che essa sia; che non ha paura dei possibili suoi nodi, ma li accoglie e li prende sul serio, cercando piuttosto di capire come scioglierli e superarli…

Per me è stato così, e non potrei dirlo se non avessi vissuto tutto ciò in prima persona: ho scelto di iscrivermi in Statale, anche se abitavo vicino alla Cattolica, e sono stati anni convulsi, complicati e difficili… ma bellissimi e, in quell’ambiente allora davvero laicamente durissimo, la mia fede, sia pure faticosamente, è cresciuta pian piano e si è approfondita; e mi pare di avere iniziato almeno a intuire alcune cose.

Che il Signore non cessa di ‘stare alla porta’ del nostro cuore aspettando che noi ce ne accorgiamo. Che per accorgercene ci vuole però la capacità di un vero silenzio interiore: il nostro Dio non è uno che si imponga con la forza di sicuro… Che la fede è un dono, ma anche una ricerca in-finita, mai finita e appassionata… Ed è vero che, alla fine, “chi cerca trova”… Che la pretesa di racchiudere Dio nei nostri schemi e ‘possederlo’ è assurda e impossibile: non è ancora, forse, la vecchia storia dell’albero del bene e del male, e della mela? Si mangia e si è simili a Dio, o, piuttosto, ‘indipendenti’ da lui: sembra così facile… Che questa ricerca, poi, molto difficilmente si compie in completa solitudine… perché la proposta cristiana non è ‘filosofica’, e il messaggio è stato affidato a un gruppo di uomini e donne semplici, comunissimi e anche poco coerenti -sino alla vendita per 30 denari di Gesù-, cioè a una comunità in cui, proprio come nella nostra di oggi, piccola o grande che sia, ci sono mille difetti, incoerenze, piccinerie, ripicche, anche -chissà- tradimenti… e che questi difetti sono proprio i miei e i nostri…

Tuttavia, alla fine mi sono chiesta: ma schermarmi dietro il fatto che la Chiesa faccia così spesso acqua e che la famosa barca rischi sempre di incagliarsi da qualche parte in che cosa può giovare, alla fine, a me stessa e alla mia personale ricerca di senso?  Sì, la Chiesa -in ogni tempo- è sempre meretrix e quindi semper reformanda. E quanto mi ha fatto e mi fa soffrire questa Chiesa… Ma poi, l’ho imparato a mie spese, fermarsi lì alle volte pare in realtà un alibi, o forse un atteggiamento dettato dalla paura di impegnarsi, dal timore di essere ‘catturati’ da questo Dio che chiede l’umiltà di non contare solo sulla propria intelligenza e cultura, e neppure solo su di sé… No no, il cammino va fatto insieme, con quella gente lì con cui sembra magari, in prima battuta, difficile capirsi e stare: e ha senso, come ho scoperto, allinearsi, aspettarsi, accogliere. Per essere accolti, capiti, sostenuti… E la Chiesa, alla fine, è una cosa molto seria e ogni generazione di credenti, sin dall’origine e compresa la nostra, ha sempre avuto e ha sufficienti santi e martiri per impedire alla ‘barca’ di Pietro di affondare… ma, forse, noi e io, non apparteniamo né agli uni né agli altri…

Sono molto grata a questa comunità che in tanti anni mi ha consentito proprio questo: di capire meglio me stessa e di dare un senso un poco più completo alla mia sempre traballante fede… E sono molto grata anche per questo richiamo ad andare in profondità nel percorso che ci separa dalla Pasqua; perché dovremmo provare timore o fastidio nel sentire pronunciare fra le nostre mura ciò che tanto largamente si pensa e si dice fuori dalle porte delle nostre comunità? Forse che non saperlo o mimetizzarlo potrebbe risolvere il problema? E, soprattutto, renderci più capaci di “rendere ragione della speranza che è in noi”?

No, non è questione di qualche segno esteriore, la Quaresima, e neppure di una rinuncia, piccola o grande che sia… E allora ho chiesto aiuto a una clarissa davvero molto speciale con la quale sono da tempo in contatto, e le ho posto questa domanda: “ma, per te, cos’è la Quaresima?”

E la risposta è stata questa…

Quaresima: la penso come la “parabola” della vita. Un tempo forte perché copre le grandi domande sul senso dell’esistenza e ci provoca a una risposta che sia colma di senso. Forte per il dono che “contiene”: l’amore unico del nostro Dio. Forte per la decisione che ci chiede: accoglienza di quell’amore, possibilità di esserne resi partecipi per vivere la misura del divino che è in noi. Amore unico, amore crocifisso, che fa della Pasqua “la cifra interpretativa” della vita…

Tempo di consapevolezza: mi rendo conto di chi è il mio Dio e di chi sono io, amato/a, così come sono, da uno che mi ama “da… morire”?

Tempo di ascolto e di discernimento: quali parole e sentimenti abitano il mio cuore, quali pensieri muovono le mie scelte? La sua Parola mi dice la verità delle cose, il volto vero di Dio e il volto vero dell’uomo; le mie parole (le tante voci interiori) rischiano di essere  illusorie o menzognere, via di inciampo…più che strada di libertà. Che spazio do a questa Parola così convincente da far tacere tutte le altre parole e voci? “Nessuno mi ha mai parlato come quest’uomo”…

Tempo di conversione: non solo dal male al bene, ma da uno sguardo miope e limitato a uno sguardo credente, che vede sempre “oltre”, sfidando ciò che ai nostri occhi appare come certissima evidenza….L’altro non è mai, infatti, solo ciò che io vedo di lui: è sempre meglio e di più… E questo vale per tutto e per tutti: per me, per gli altri, per la realtà così come mi sembra…Conversione dalla nostra misura alla sua, che è una ‘non misura’… Conversione che è il “prendere la forma” di quell’amore, imparando ad assumere l’ambivalenza della vita, che è luogo di convivenza di opposti, aspro e consolante al tempo stesso: siamo fatti di terra e di cielo, abitati da luci e da ombre, da “angeli e fiere”…, amore e dolore, lotta e  resa, capaci di intimità e continuamente tentati…

Tempo di resa e di decisione. A quale amore mi arrendo? E di quale voglio essere segno? Quale Dio voglio seguire e quale uomo voglio imparare a essere?

Il senso ultimo? Credere all’Amore, accoglierlo, farlo crescere in noi, farne dono a tutti.

Buona continuazione della Quaresima a tutti…

Claudia e sr. Chiara Serena