Venerdì santo

uel grido e quelle tenebre sono la malattia del mondo e dell’uomo. Il grido lanciato da quel legno conficcato sulla collina del Golgota si propaga a onde concentriche e si perde nell’infinito… di Peregrinus

“Gesù, emesso un gran grido, emise lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo.” (Mc, 15, 37 – 38)

“Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. E Gesù, gridando a gran voce, disse: ‘Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio’. Detto questo spirò.” (Lc 23, 44-46)

“Dall’ora sesta si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona. E verso l’ora nona Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lamà sabactàni?’, cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt, 45-46)  “E Gesù, avendo di nuovo gridato a gran voce, rese lo spirito.  Ed ecco la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si schiantarono.” (Mt, 50-51)

Quel grido e quelle tenebre sono la malattia del mondo e dell’uomo. Il grido lanciato da quel legno conficcato sulla collina del Golgota si propaga a onde concentriche e si perde nell’infinito. La presenza di quella croce  è ancora  in mezzo a noi, e ci resterà finché ci saranno vittime innocenti, corpi contorti sotto la tortura, urla di agonia negli ospedali, nelle carceri, nelle savane, umiliazioni, dignità spezzate, sopraffazioni… Quel grido si ripete milioni di volte, ogni giorno, ogni istante nel mondo. E’ il grido che lacera il velo sacro delle religioni e oscura l’azzurro del cielo di Pasqua. A quell’uomo appeso che nella sua disperazione, prima di affidarglisi in un atto di estrema rassegnazione, rimprovera il Padre con le parole del salmo, a quell’uomo siamo appesi tutti noi, e con noi gli altri animali non umani e la natura, la creazione tutta, che “geme ed è in travaglio” (Rom., 8, 22)  e “aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio” (Rom., 8, 19).

Quel grido e quelle tenebre, quella croce,  sono una malattia che nemmeno la Pasqua può guarire. Dopo quella croce la storia dell’uomo è solo una lunga convalescenza senza fine: la memoria del fatto è più forte della speranza, che, quando c’è, resta sempre come in sospeso: una frase musicale non conclusa.

Però la ferita, la piaga che non si risana ci dà la consapevolezza della colpa, meglio: della nostra inadeguatezza, meglio: della sproporzione senza misura. E questa sproporzione ci apre alla responsabilità. E’ la “cosa stessa” della croce, la sua consistenza rocciosa, se così si può dire, che ci appella a una risposta, a corrispondere all’evento del Golgota, a cercare di essere alla sua altezza. L’insufficienza della nostra risposta postula la necessità di un supplemento che può essere solo trascendente.

Personalmente per amare Gesù non ho bisogno di credere alla sua resurrezione, così come per credere alla Trascendenza non ho bisogno di credere in un Dio personale e onnipotente, giudice supremo. Mi basta sapere che l’uomo di Nazareth, parlando della divinità, ha detto cose “divine”, non deducibili altrimenti, e cioè che essa è benevola, quindi che il tutto ha, o avrà, un senso, anche se a noi ora sfugge; anzi, è più che benevola, è amorevole come un padre (nel Primo Testamento la relazione fra uomo e Dio è contrattuale, non familiare: la paternità sarà solo adottiva, e anche nel Padre Nostro è così: Dio sceglie l’uomo, con tutto ciò che questa elezione comporta di coinvolgimento e condivisione). Quindi da Gesù apprendiamo che quell’ Essere ultimo che chiamiamo Dio è padre, come quello del figliol prodigo, che da lui, come il profumo da un fiore, promana uno spirito che volge comunque il mondo al bene e che la carità è la cifra dell’universo. E queste cose  ha certificato non con parole dottrinarie ma con la sua vita e la sua morte, col suo modo di vivere e di morire.  Gesù è stato conforme a quello che lui stesso aveva percepito della divinità.

Ecco perché Gesù è via, verità, vita. Perché in lui si incarna la pienezza dell’uomo. Una pienezza che però si raggiunge solo attraverso la spoliazione e l’apertura all’altro da sé. E’ la kénosis, quello “svuotamento” di cui parla Paolo nella lettera ai Filippesi (2,7), una delle parole chiave della teologia di Bonhoeffer e, più recentemente in Italia, del pensiero di Vattimo. L’incarnazione di Gesù come discesa di Dio nella storia e nella contingenza (anni fa i teologi della “morte di Dio” dicevano che Dio era morto in Gesù Cristo) e come assunzione senza riserve della realtà mondana. L’apparente paradosso di un Dio immanente: la “divinità” di Gesù che è tale in quanto condivisione dell’umanità, un essere-per-l’altro fino al dono totale della vita.

Peregrinus