Padre David Maria Turoldo

Il ricordo di un amico fatto al festival di Mantova per i vent’anni dalla morte all’inizio di settembre 2012.

Il ricordo di un amico fatto al festival di Mantova per i vent’anni dalla morte all’inizio di settembre 2012.

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Dal sito Garzanti.itChiedo scusa se inizierò parlando di me. D’altronde credo di essere stato invitato qui per meriti anagrafici: ho infatti conosciuto padre Davide in anni lontani, l’ho ascoltato la prima volta nel 1957, studente di prima liceo, appena arrivato a Milano da Bologna. Era l’anno della Missione di Milano, una kermesse evangelizzatrice, durata tutta il mese di novembre e voluta, con intelligenza presaga,  dall’allora arcivescovo di Milano, Montini. Si era alla vigilia del primo grande boom economico; anzi non solo economico, fu un mutamento storico, il passaggio da un’Italia agricola all’Italia industriale. (La Fiat 600 era stata presentata al Salone di Ginevra del 1955,  nel 1954 la Ignis aveva cominciato la produzione su larga scala di frigoriferi, e poi delle lavatrici; nel 1958 saranno inaugurati i primi 100 km dell’Autostrada del Sole…). Milano, insieme con la Fiat di Torino, era il centro propulsore della ripresa dopo le tragedie del fascismo e della guerra.      Per la Missione furono mobilitate tutte le parrocchie e le varie associazioni cattoliche, ma vennero invitati a predicare anche sacerdoti “scomodi”, come don Primo Mazzolari e appunto padre Davide, che nel 1953 era stato esiliato da Milano per ordine del Sant’Uffizio (“Fatelo girare, perché non coaguli” aveva detto il card. Ottaviani al generale dei Serviti, l’ordine di Padre Davide).

Fu così che mi capitò di vedere e ascoltare Padre Davide per la prima volta. Era un grande oratore, fisico e voce possenti, ampia gestualità, saliva e scendeva dai gradini dell’altare interpellando i fedeli con toni savonaroliani. C’era qualcosa di teatrale e insieme di carismatico nel suo modo di predicare, che poteva anche respingere. Ma che affascinava molti, bisognosi di parole forti, spesso più poetiche che omiletiche (ma in lui omelia e poesia  e preghiera spesso si scambiavano le parti): erano anni di tragiche memorie ma anche, e soprattutto, di speranza e rigenerazione collettiva. Tempi in cui poteva chiaramente risuonare una voce profetica se profeta è, come dice Ravasi proprio parlando di padre Davide, “colui che si interessa al presente cercando di scoprire in esso un senso trascendente, ovvero l’agire segreto di Dio. Per questo si impolvera nelle vicende della storia”.

Padre Davide, friulano, di famiglia poverissima (fu memore della sua infanzia in un film bellissimo e di nessun successo, Gli ultimi, regia di Vito Pandolfi; ne esiste un dvd). Era arrivato a Milano nel 1940, nel 1941 vi arriverà il confratello e amico padre Camillo De Piaz, e non si può parlare dell’uno senza parlare dell’altro, tanto erano legati, tanto si integravano (silenzioso e riflessivo, quasi reticente, sempre interrogante, il Camillo; estroso e selvaggio il Davide. Entrambi liberi, entrambi obbedienti. Padre Camillo ebbe a dire  di lui: “C’è da domandarsi dove lo avrebbe portato una natura erompente e potenzialmente barbarica come la sua. (…) Arginata e sorretta da una regola, e da una “sostanziale” fedeltà alla stessa, divenne doppiamente feconda. In questa doppia fedeltà alla propria natura e a una regola (fatta propria, giova ribadirlo, nella sostanza, liberamente incorporata) sta il segreto della vera libertà.” Parole che scritte per l’amico si attagliano perfettamente anche a lui, di cui padre Davide diceva: ”È  un amico il cui parere sulle cose mi è indispensabile più del mio stesso parere”.).
Si erano conosciuti ragazzi,  nel 1929  a Monte Berico, vicino a Vicenza allo studentato dei Serviti (un ordine di origine medioevale, creato a Firenze da sette laici della nascente borghesia mercantile, che di per sé avrebbero aspirato a vita eremitica ma poi, quasi spinti dai loro fedeli e seguaci, fondarono un ordine religioso: e questa origine “plurale” non fu estranea alla vocazione dialogante, oggi alcuni direbbero relativistica, dei  nostri due amici) Erano quasi coetanei, Davide del ’16, Camillo del ’18; insieme furono attivi a Milano, al Convento di San Carlo al Corso: entrambi aitanti, belli nell’ austero abito dei Servi di Maria, piacevano molto alle ragazze, e anche da anziani suscitavano l’ammirazione femminile, di cui un po’ si compiacevano un po’ si divertivano.

Nel 1943, dopo il 25 luglio, Milano fu duramente bombardata dagli angloamericani, e in uno di questi bombardamenti con spezzoni incendiari vennero colpiti anche la chiesa e il convento di san Carlo e il Corso Vittorio Emanuele “ridotto, ricorda Padre Camillo, a un sentiero con ai fianchi montagne di detriti e le fiamme che si congiungevano in alto sopra il sentiero.” Davide e Camillo non scappano né cercano rifugio: in tutti quei terribili mesi si prodigano girando fra le macerie e aiutando, organizzando soccorsi, cercando alloggi, denaro, generi alimentari: è così che i milanesi cominciano a conoscere i due giovani frati. Ma non solo. Sempre nel 1943 il card. Schuster  invitò padre Davide a celebrare la Messa domenicale delle 12,30 in Duomo, la messa alta, quella frequentata anche da molti della ricca borghesia milanese, che terminata la messa andavano a prendere l’aperitivo in Galleria. E per 10 anni, fino a quando ci fu Schuster, fino alla cacciata nel 1953, padre Davide ricoprì l’incarico, suscitando entusiasmo e polemiche per le sue omelie infuocate a difesa dei poveri. C’era chi sapeva comprendere il senso profetico di quegli  attacchi alla classe dei ricchi, c’era chi reagiva scompostamente. L’editore Valentino Bompiani gli scriveva: “Vorrei tanto vederLa, caro Padre. La Sua parola, la Sua presenza sono sempre illuminanti.”  Il cementiere Pesenti lo definiva “Il Giuda della Chiesa cattolica”. Una domenica una signora uscì addirittura di chiesa. Ma la domenica dopo quella stessa signora gli andò a parlare, gli domandò perché ce l’avesse tanto coi ricchi, e Davide rispose che non ce l’aveva affatto coi ricchi, ma che difendeva i poveri e che non era colpa sua se Dio era dalla loro parte. (Tanti anni dopo un suo grande amico, il vescovo brasiliano Helder Camara, dirà: “Se dò da mangiare a un povero mi considerano santo, se mi chiedo la causa della sua povertà mi dicono che sono comunista”.) Da quella conversazione domenicale nacque una grande amicizia: quella distinta signora era Teresa Pirelli, sorella di Alberto Pirelli, e insieme con padre Davide fondarono la Messa della Carità, istituzione tipo San Vincenzo, per molti anni attiva e importante a Milano. E sua nipote, Nini Albertoni Pirelli, sarà una delle grandi benefattrici di Nomadelfia (cui donò un’ampia proprietà vicino a Grosseto) e con padre Davide organizzò il Comitato milanese per Nomadelfia. Nomadelfia era una comunità di bambini orfani di guerra o abbandonati (in quegli anni ce n’erano parecchi), fondata da don Zeno Saltini, un prete di Carpi: padre Davide raccontava che un giorno passando per Modena aveva notato parecchie scritte anticlericali sui muri, fra cui una che recitava: “Abbasso tutti i preti, meno don Zeno.” La cosa lo incuriosì e così si conobbero.  I bambini venivano affidati a coppie o a singole madri putative che si occupavano di loro; adulti e bambini, circa 1600 persone, nell’ex campo di concentramento di Fossoli, vivevano insieme secondo principi comunitari ed egualitari, come nelle comunità cristiane primitive. Anche padre Davide e padre Camillo, con altri Serviti, furono vicini e solidali: per aiutare Nomadelfia in perenni difficoltà economiche a Capodanno o a Carnevale padre Davide si recava a predicare  (e a far collette) a Cortina o a Moena o a Canazei, ovunque ci fossero ricchi, una sorta di Robin Hood  non violento.  Ma non ci fu nulla da fare: i debiti c’erano, il ritorno alle origini evangeliche spaventava la Chiesa gerarchica, ci fu anche una dura polemica con Scelba, allora ministro dell’interno: nel 1953 Nomadelfia fu costretta alla liquidazione coatta, i ragazzi furono tolti alle madri adottive e disseminati in orfanotrofi diversi, da cui spesso scappavano. Padre Davide fu esiliato e condannato al moto perpetuo da una casa all’altra dei Serviti (in base al ricordato principio del card. Ottaviani, Fatelo girare perché non coaguli): Austria, Baviera, Inghilterra, Canada, Firenze, Udine… finché alla morte di papa Giovanni, grazie al sostegno del vescovo di Bergamo mons. Clemente Gaddi, riuscì a stabilirsi all’abbazia di Sant’Egidio in Fontanella, una frazione di Sotto il Monte dove, nel 1964, avrebbe fondato il Centro ecumenico Giovanni XXIII e una casa di ospitalità (Casa di Emmaus) con lo scopo di far evolvere in direzione ecumenica la teologia cattolica e ospitando quanti, di vari paesi, di varie fedi o anche non credenti, desiderassero lavorare a questo progetto: l’essenziale era l’incontro reciproco in spirito di fraternità.
Dopo la cacciata del 1953 padre Camillo lo aveva sostituito nelle prediche in Duomo a Milano, ma pochi anni dopo,  nel 1957, subì la stessa sorte, e fu mandato in Valtellina, a Tirano dove era nato e dove allora i Serviti avevano il grande santuario mariano.

Ma torniamo al ’43, ai bombardamenti, al fascismo, alla guerra. Dopo l’8 settembre per Turoldo e De Piaz fu inevitabile partecipare alla Resistenza. Ci sono in proposito parole bellissime di padre Camillo, inconsapevolmente heideggeriane: “La Resistenza (…) nelle nostre condizioni non si poteva non fare. (…) Che cosa vi può essere di più grande, di più storicamente ed esistenzialmente pregnante, di una necessità che assume la dimensione di una scelta?” Sembra una contraddizione conciliare necessità e scelta, ma nei momenti cruciali dell’ esistenza di tutti noi le scelte davvero importanti vengono da una necessità interiore che si impone e che nello stesso tempo accettiamo liberamente. Quando necessità e libertà si incontrano si concretizza un destino; per chi crede forse la grazia. E poi c’è un’altra osservazione da fare, più generazionale. Ho conosciuto molti partigiani, di diverso orientamento ideologico, con storie diverse. Eppure per tutti, cristiani, comunisti, monarchici, liberali, per tutti, anche ad anni di distanza, la Resistenza non fu mai un episodio, per quanto importante, della loro vita. Fu una postura esistenziale, una categoria con cui valutare il mondo, la storia, gli uomini e le loro vicende. Un ritrovarsi molteplice e corale che sigillò di sé un’intera generazione.
Davide e Camillo, e i loro amici e alcuni loro professori dell’Università Cattolica collaborarono col CLN dell’Alta Italia; diedero vita a un giornale clandestino intitolato “L’Uomo”, titolo che a noi oggi suona enfatico ma che allora significava collegarsi idealmente col personalismo di Mounier e l’umanesimo integrale di Maritain: vi collaborarono Gustavo Bontadini, Mario Apollonio, Dino Del Bo, poi deputato democristiano per alcune legislature, Angelo Romanò, Luigi Santucci, cattolici e socialisti e cattolici comunisti, come Felice Balbo e Franco Rodano; si confrontarono con resistenti di altra formazione e provenienza culturale, come il fisico comunista Eugenio Curiel (fucilato nel febbraio 1945) o il futuro regista Gillo Pontecorvo. Con loro fecero nascere, nel convento di San Carlo, nella parte non requisita dai nazifascisti, il Fronte della Gioventù, che sotto la bandiera antifascista raccoglieva giovani comunisti e giovani cattolici. (Ed è un tristo scherzo della storia che quello stesso nome sia stato poi usato dai circoli giovanili del Movimento Sociale Italiano.) Sperimentavano fede e scelte di vita, nella prospettiva di una Chiesa pensata e vissuta come “asilo sicuro per chiunque, credente o meno”, di una Chiesa amica dell’uomo, quella Chiesa che il Vaticano II farà fugacemente intravedere, non più di un’ora d’aria: già con Paolo VI porte e finestre cominciarono a chiudersi. Quello di padre Davide e padre Camillo è un periodo di storia religiosa e civile ormai remotissimo dal nostro presente: forse non superato, sicuramente sconfitto. E la recente morte del card. Martini, il rappresentante gerarchico più significativo della cultura conciliare, è anche il simbolo, della fine probabimente definitiva di quella stagione.
Dopo la Liberazione “L’Uomo”, non più clandestino, continuò le pubblicazioni soltanto fino al luglio ‘46; ma  a quell’esperienza Davide tornerà sempre, se ancora nel 1988, dedicando “a Gianfranco Ravasi e agli amici” la raccolta Nel segno del Tau scriverà: “Sono, avanti a tutti, gli amici della prima ora, quelli de “L’Uomo”, nel cui ricordo ho sempre cercato di “far fronte”, come diceva Bernanos nel Diario di un curato di campagna. Sono gli amici del tempo della resistenza, cui fanno grappolo gli altri, i pochi che ancora resistono, cui ho dedicato da sempre i frutti della mia più cara fatica. E non è a caso che mi riferisco a loro – nella cui corona di nomi ora c’è anche il tuo -; non è per gioco che pensando a loro ho scritto  anche recentemente: Torniamo, amici, ai giorni del rischio. Invito che sento tuttora pienamente vero e urgente.”
E in quegli anni, in quella esperienza fu anche il seme della Corsia dei Servi, l’associazione e il centro culturale che  Davide e Camillo fondarono nel 1952 presso il Convento di San Carlo: un gruppo di laici e religiosi (essenzialmente loro due), assolutamente paritetici, senza che i secondi facessero da guida ai primi: casa editrice (col programma di far conoscere i nuovi testi del cattolicesimo d’oltralpe, specialmente francese, e di ritornare alle fonti del cristianesimo primitivo, ritorno alle fonti che, qualche anno dopo, fu la parola d’ordine della maggioranza dei padri conciliari: il famoso ressourcement), cineforum (molto poco da oratorio: niente Cielo sulla palude, su santa Maria Goretti, o Pastor angelicus, il film-documentario su Pio XII, ma film d’autore – Rossellini, De Sica, più tardi Fellini e Antonioni – commentati spesso da Morando Morandini. Un’ intervista di Padre Camillo su “Cinema nuovo” del comunista Guido Aristarco fu denunciata da Giulio Andreotti alla Segreteria di Stato perché intervenisse  sui superiori gerarchici dei Serviti…). E infine  libreria, con annessa sala conferenze e pubblicazione periodica di un bollettino, che non era soltanto bibliografico ma anche, e soprattutto, sede di articoli sui temi cruciali del cattolicesimo.

Conobbi la Corsia per caso, da poco arrivato a Milano cercavo una buona libreria, a scuola qualcuno mi disse che lì c’era un libraio straordinario. Era vero: si chiamava Peppino Ricca, con sorridente discrezione ti presentava senza parlare i libri giusti per te; la sua collega era Lucia Pigni, che aveva conosciuto padre Davide quando, ancora studentessa all’Università, faceva la staffetta per i partigiani. Peppino era sposato con una giapponese, Atsuko Suga, che in pochi anni fece conoscere agli italiani, traducendoli per Einaudi e Bompiani, i più grandi scrittori giapponesi, soprattutto Tanizaki e Kawabata, ma non solo. In breve diventai loro amico, ma Peppino morì ancora giovane, nel 1967. Lucia era disperata, anche per il lavoro: da sola non ce la faceva a mandare avanti la libreria, che era gestita con criteri particolari: tutti i libri nuovi che entravano venivano schedati (allora non c’erano cataloghi unificati dei libri in commercio!):  e le schede tenute in ordine alfabetico per autore: così, anche quando un libro era esaurito o fuori commercio, si riuscivano perlomeno a recuperare i dati (cosa oggi impossibile: il computer riporta solo i libri recenti). A tempo perso cominciai ad aiutarla proprio nella schedatura e  alla fine mi ci impiegai a mezzo tempo.
Allora fare il libraio era un modo di essere prima che l’esercizio di una professione. I libri erano oggetti amati quasi visceralmente e c’era la soddisfazione di partecipare le tue passioni del momento ai clienti, i quali a loro volta si fidavano di te. Si era curiosi di tutto e quando i rappresentanti delle case editrici entravano per proporre il loro copertinario  c’era interesse autentico, e si prenotavano le novità soprattutto in funzione della clientela e non delle classifiche, e quando si leggeva un libro si pensava subito a chi, dei tanti clienti, potesse piacere. Il nostro interlocutore preferito era Roberto Cerati, amico della libreria fin dai suoi inizi, con la sua discrezione sorniona, la sua grande cultura dissimulata e naturalmente le sue proposte einaudiane: ma soltanto pochi anni prima padre Gemelli, che evidentemente aveva molto tempo libero, aveva scritto in Curia denunciando l’esposizione, nella vetrina della Corsia, di sovversivi libri Einaudi…

Fu così che rividi padre Davide e conobbi padre Camillo: entrambi interdetti da residenza stabile a Milano, vi planavano però regolarmente, soprattutto Camillo, la vera mente della Corsia in quegli anni postconciliari. Veniva anche padre Davide, ma aveva un atteggiamento più paterno e conviviale, si vedeva che lo rilassava stare fra quelle mura. Organizzavamo conferenze, quasi settimanali: fummo i primi in Italia a lanciare Lettera a una professoressa di don Milani, poi il Concilio si fuse col ’68 e dalla Corsia passò il meglio della nuova teologia, Küng e gli olandesi, Gonzalez Ruiz e padre Balducci, Arturo Paoli, dei Piccoli fratelli di Charles De Foucauld, e Garaudy, a quel tempo non ancora convertito all’ islamismo; poi la rivolta studentesca e i preti torturati dell’America Latina ecc. ecc.: l’elenco sarebbe lungo. Erano incontri importanti nella vita della città, creavano scalpore, disturbavano il mondo cattolico, non solo a livello locale ma anche a Roma, dove quel gruppo di laici e preti alla pari, riottosi e dialoganti e indipendenti, era mal visto e mal sopportato. Corsia e Casa della Cultura, vicine anche spazialmente,  erano allora fra i centri culturali più frequentati; così come la libreria era un punto d’incontro, come lo erano  la libreria Einaudi di Galleria Manzoni o, per altri versi, la neonata Milano Libri, dei Gandini. Allora si andava in libreria anche solo per incontrarsi con gli amici e parlare, come oggi all’happy hour:  progetti, sogni, discussioni, quando Milano era ancora una città in cui economia e ricerca, riformismo e piano, industria e cultura erano intrecciati, o c’era forte almeno la volontà di intrecciarli.
La Corsia era un luogo di frontiera: vi veniva Cuccia regolarmente, ogni sabato pomeriggio alle 15. Stava circa un’ora, non diceva una parola, sceglieva, pagava, salutava e usciva, tutto gobbo e penzoloni. Leggeva poesia e molta teologia classica, saggi di storia.  Ma venivano anche Angelo Saraceno, allora ancora direttore della Banca Popolare di Milano o già amministratore della Motta, non ricordo, e sua moglie Maria Ballo, parente del musicologo ed editore Ferdinando Ballo (quello della mitica casa editrice Rosa e Ballo): distinta, vestita quasi sempre di nero, cappellino con veletta: i fascisti che in quegli anni stazionavano lì vicino, in piazza San Babila, le davano i loro orridi volantini, lei li prendeva e  glieli stracciava sotto al naso dicendo, secca: “Vergogna!” : intimiditi non le torsero mai un capello.  E venivano Giorgio Valerio (Montedison) e Leopoldo Pirelli, ma anche alcuni esponenti dei CUB (Comitati Unitari di Base) la sinistra radicale della sua fabbrica. Venivano Giovanni Giudici e Paolo De Benedetti, Fortini e Michele Ranchetti, Angelo Romanò, allora direttore centrale dei programmi per lo spettacolo televisivo, e Luisito Bianchi, prete operaio, ex partigiano che voleva far ascoltare Beethoven in fabbrica perché anche gli operai sentissero com’era bello, futuro autore di quel libro straordinario che è La messa dell’uomo disarmato, Luigi Santucci, naturalmente, e Ferruccio Parazzoli, e Luciano Erba, Enzo Bianchi, agli inizi dell’avventura  di Bose, e Mario Capanna, quelli di “Quaderni Piacentini” (Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio portavano di persona la rivista e dicevano che ne vendeva più copie la Corsia della Feltrinelli), i giovanissimi Paolo Mereghetti e Pietro Ichino, ancora studenti, il domenicano Antonio  Lupi, altro grande predicatore, e don Michele Do, che scendeva dall’esilio di Saint Jacques, in Val d’Aosta, e don Mazzi dell’Isolotto e Nazareno Fabbretti, sempre affannato, e l’argutissimo Abramo Levi…  Molti di Lotta Continua, di quelli che mi davano del borghese perché ero scettico sulle possibilità di una rivoluzione fatta coi cortei del sabato pomeriggio: parecchi di loro  sono poi confluiti in Forza Italia e dintorni.  Ma venivano anche ex di Nomadelfia e  obiettori di coscienza (allora era reato) come Giuseppe Gozzini.

Poi io passai dall’altra parte dell’industria del libro, cioè alla produzione. Mantenni i contatti e l’amicizia con Camillo e Lucia, ma persi di vista padre Davide, finché alla fine degli anni Ottanta mi venne in mente di proporgli, per la Rizzoli, una raccolta di tutte le sue poesie, o almeno un’ampia antologia: ne uscì (1990) un volumone di più di 700 pagine, O sensi miei, con introduzioni di Zanzotto ed Erba, e una nota filologica di Giorgio Luzzi. Fu così che ripresi a frequentarlo: la malattia, un cancro al pancreas scoperto nel 1989 in fase già avanzata, lo stava scavando da dentro e lo trasformava.
Non che fosse diventato diverso, o che dicesse cose diverse: era come se le sue parole, identiche a quelle di prima, avessero però subìto una torsione semantica, si fossero denudate in un certo senso, acquisendo lo stigma dell’autenticità estrema. E’ come quando scopri un livello diverso di realtà nelle cose che vedi: restano sempre quelle, ma nello stesso tempo è come se ti si aprisse la loro forma segreta, la sostanza di cui sono fatte, la loro storia e insieme la loro essenza.
Quando dalla Rizzoli passai alla Garzanti padre Davide con me pubblicò le sue due ultime raccolte poetiche, stupende: Canti ultimi (1991) e  Mie notti con Qohelet (con Lungo i fiumi, la traduzione dei Salmi commentati da Ravasi, forse le sue cose più belle, in campo poetico).
Ricordo l’ultima volta che lo vidi. Era un sabato pomeriggio d’inverno (morì la notte tra il lunedì e il martedì). Ero andato a trovarlo in ospedale per fargli vedere le seconde bozze dell’ultimo suo libro, Mie notti con Qohelet. Era con lui Elena Landolfi Negrini, un’ amica di sempre, che nella malattia non lo lasciò mai. Lui soffriva molto, nonostante la terapia antidolore. Finito di guardare le bozze (ma ripeteva: “Fai tu, fai tu”) insistette per accompagnarmi all’ascensore; ma a metà di un corridoio lungo e buio dovette sedersi su uno sgabello,  si lamentava, chiedendo di fare qualcosa,  diceva che aveva male, che gli venivano “i pensieri cattivi” (intendeva con ciò la tentazione di uccidersi). Un gigante ridotto a pelle e ossa, giallo, con lo sguardo da bambino stupefatto per ciò che gli stava accadendo, il vocione ridotto a un sospiro roco. Lo riaccompagnammo in stanza, lo facemmo sedere sul letto, Elena seduta accanto a lui che gli accarezzava la nuca, io accoccolato per terra che gli accarezzavo le ginocchia. A pensarci dopo, mi venne in mente Sussurri e grida, di Ingmar Bergman. Nonostante i miei sforzi, il libro uscì postumo.

Gianandrea Piccioli