Davanti al presepio, pensando all’Incarnazione…

Ogni dodici mesi, la Chiesa ci propone l’evento della nascita di Gesù… Un Gesù ‘bambino’: piccolino, in fasce, indifeso, riscaldato dal fiato degli animali – come accadeva normalmente nei poverissimi inverni di un tempo lontano – fasciato, in una culla, con accanto Maria e Giuseppe, i pastori, le pecorelle, e un contorno celestiale di angeli gioiosi e canori…

Qui da noi, in Italia, la rappresentazione è quella, antichissima, del ‘presepe’: piccolo o grande, semplice o complicato, antico o modernissimo, usuale o creativo, esercita sempre la sua forza di attrazione nei confronti degli adulti come dei più piccoli. Certo, ci abbiamo un po’ tutti aggiunto l’albero di Natale, vero o finto che sia, ma sempre ricco di luci e di colori, anche se, come sempre più spesso accade, privo del profumo intenso del pino e della resina. Nelle nostre case, però, trova ancora per fortuna ospitalità il presepe, tentativo ingenuo di ‘ricreare’ lo spazio sacro e sospeso fra realtà e mistero della grotta di Betlemme. A tantissimi di noi adulti richiama alla memoria l’infanzia, l’attesa di qualcosa di speciale, se non proprio di Qualcuno, una sorta di incantesimo che si concretizzava alla fine in uno o più regali – magari non sempre corrispondenti ai nostri reali desideri! -, ma sempre in un clima di festa familiare che radunava in pranzi e cene senza fine, tombolate, chiacchiere – e magari qualche litigio -, anche tre o quattro generazioni. Ma perché mai ‘l’obbligo del regalo’? E lì, avanti con la ricompensa per la condotta di un intero anno da parte di questo Gesù ‘bambino’ – magari coadiuvato, a seconda delle usanze locali, da santa Lucia, san Nicola, o anche la ‘befana’ -, con l’immancabile corredo di dolci e carboni variamente colorati. Il boom economico con la conseguente crescita di ricchezza ha cambiato le carte in tavola; i regali si sono moltiplicati, sono cresciuti di valore, sono divenuti ‘obbligatori’ anche in rapporti non familiari e non amicali, e Natale è diventato da una parte una vera ‘fiera’ e dall’altra il momento della ‘compensazione’ di rapporti di lavoro, di conti in sospeso, di reti di interesse, di strumenti di corruzione e chi più ne ha più ne metta… In questo forsennato giro di denaro, le nostre città si sono riempite di réclames, di messaggi pubblicitari ammiccanti, di bancarelle: e di luminarie. Abbiamo iniziato a vederle in dicembre; poi all’inizio di novembre; poi, se ci fate caso, ormai sovente non si tolgono neppure più: costa troppo… Così, si tengono lì e ci si limita a lasciarle spente, per riaccenderle al momento opportuno.

Ecco, la crisi che attraversiamo un poco ha cambiato anche tutto ciò e ci ha aiutato a fare finalmente i conti con l’enorme spreco di denaro che, a tutti i livelli, abbiamo fatto negli anni delle ‘vacche grasse’. Nel frattempo, però, anche il ‘Natale’ si è come consumato, svuotato; è stato banalizzato, si è ridotto alle corse per trovare questi benedetti – o maledetti – regali, magari ormai sempre più risicati e ‘cinesizzati’… Fare o ricevere regali – specie fra adulti – è semplicemente una consuetudine che ha perso in pratica ogni legame con l’idea originaria di un momento di ‘bontà’ almeno temporaneo, una sorta di ‘tregua’ che sospende per un giorno tutto quanto va male: ricordiamo tutti la promozione dei biscotti che portano con sé l’augurio “siate buoni!”, oppure la canzoncina “a Natale si può fare di più”… Delle banalità, però ancora mescolate al ricordo della propria infanzia, se si è avuta la fortuna di averne una felice e, se ci sono in casa bambini piccoli, al fascino indubitabile della loro ingenuità e freschezza: una miscela comunque capace di portare ancora alla messa di mezzanotte del 24 dicembre moltissime persone che normalmente non frequentano più da tempo immemorabile la chiesa.

Come spesso accade, anche per il Natale un tempo di crisi può avere qualche effetto benefico e permetterci di ‘liberarci’ – è il caso di dirlo – da tanti obblighi e distorsioni del passato più recente permettendoci di guardare con maggiore libertà e profondità al significato di questo evento che non dovrebbe essere né una memoria, né una celebrazione, ma piuttosto il momento opportuno per meditare su un mistero sconfinato cui non possiamo che tentare di avvicinarci con rispetto e stupore. In mezzo ai tanti problemi del presente, con uno Stato sull’orlo del baratro, le piazze turbolente, la povertà che cresce, i giovani e le donne in affanno, perché non provare a fermarci e sostare un momento… e a chiederci: ma, per me, cos’è questa cosa qui, e cosa vuole dire questa festa che ogni anno ritroviamo sul nostro cammino?

Come ci ha detto più volte papa Francesco, e come del resto testimonia la Bibbia – e in particolare l’Antico Testamento – molto spesso il Signore si serve di qualcuno che non ci aspetteremmo di trovare sul nostro cammino, magari di qualcuno che ci è estraneo ed è ben lontano dal nostro orizzonte, per provocarci sanamente.

Così è per un racconto davvero straordinario sul Natale, soprattutto se pensiamo a chi l’ha scritto: Jean-Paul Sartre, il filosofo esistenzialista francese, dichiaratamente ateo. Il racconto ha un titolo significativo: Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per credenti e non credenti (Ed. Christian Mariotti, 2003). In esso Sartre – siamo in tempo di guerra ed egli si trovava prigioniero – funge da voce narrante nella illustrazione di un presepe molto speciale. Come spesso nella narrativa antica, Sartre s’immagina cieco: una finzione che gli consente di lasciare un totale spazio alla fantasia e di immaginare i personaggi del presepio interpretandoli con la più grande libertà. In realtà, la sua è piuttosto un’eccezionale riflessione sulla Incarnazione che non si ferma alla rappresentazione esteriore tante e tante volte descritta dai pittori di tutti tempi. Sartre al contrario riesce a farci entrare – lui che si presenta privo della vista – ‘dentro’ una storia intimamente vissuta. Si trasferisce così nei diversi personaggi, che diventano vivi, si animano e ci parlano in modo davvero inconsueto:
Ecco il prologo.
Sono cieco, per caso, ma prima di perdere la vista, ho guardato più di mille volte le immagini che contemplerete. Le conosco a memoria…
Quella che vedete dietro di me, e che vi mostro con il bastone, so che rappresenta Maria. L’angelo viene ad annunciarle che avrà un figlio e che questo figlio sarà Gesù.
L’angelo è immenso con le ali come due arcobaleni. Potete vederlo; io non lo vedo più, ma lo guardo ancora nella mia mente. È disceso come una inondazione nell’umile casa di Maria e la riempie con il suo corpo fluido e sacro…
Se guardate attentamente il quadro, noterete che si vedono i mobili della camera attraverso il corpo dell’angelo. Si è voluto così far risaltare la sua trasparenza angelica, sta davanti a Maria e Maria lo guarda appena.
Ella riflette… Egli non ha parlato; ella lo presentiva già nella sua carne.
Ora l’angelo sta davanti a Maria e Maria è impenetrabile cupa come una foresta di notte e la buona novella si è perduta in lei come un viaggiatore si perde nei boschi. E Maria è piena di uccelli e del lungo stornare delle fronde. E mille pensieri senza parola si destano in lei, pensieri pesanti di madri che accettano il dolore.
E, vedete, l’angelo ha l’aria interdetta davanti a questi pensieri troppo umani: gli dispiace di essere angelo perché gli angeli non possono nascere né soffrire.
E quel mattino di Annunciazione, davanti agli occhi sorpresi di un angelo, è la festa degli uomini poiché è il tempo dell’uomo ad essere sacro…
Il prologo è terminato; la storia incomincia nove mesi più tardi, il 24 dicembre, nelle alte montagne della Giudea…”

Ed ecco la nascita attesa:
Siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il presepe. Eccolo.
Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno ma voi lo troverete un po’ naif.
Guardate, i personaggi hanno ornamenti belli, ma sono rigidi: si direbbero delle marionette. Non erano certamente così”.

Insomma, sta parlando in fondo di come noi guardiamo i presepi delle nostre case, che ogni anno tiriamo fuori, spolveriamo, in cui accendiamo le luci che i nostri bambini guardano stupiti… e che dopo non troppo tempo torneremo però a riporre in un armadio. Ma, ecco come Sartre riesce ad animare tutto ciò:
Se foste come me, che ho gli occhi chiusi… Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me.
La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà sangue di Dio.
E, in certi momenti, la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. La stringe fra le sue braccia e dice: piccolo mio!

Maria è certo una donna dal destino stupefacente ma anche, più semplicemente, ‘una’ madre, come infinite altre:
“… in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un timore religioso per questo Dio muto, per questo bambino che la impaurisce…”.

Ma, come può il sentimento materno non prevalere?
Penso che ci sono altri momenti, rapidi e difficili, in cui nello stesso tempo sente che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa sua carne divina è la mia carne.
È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi rassomiglia.
E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive.
Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride”.

E continua:
E Giuseppe? Giuseppe non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti.
Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa cosa dire di se stesso.
Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio.
Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto sia già vicina a Dio.
Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia… e tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare.
Miei buoni Signori, questa è la Sacra Famiglia”.

Ho ripensato a queste righe nella preparazione del Natale che viene e al quale insieme ci stiamo preparando. Le ho rilette: le ricordavo speciali e le ho trovate di una profondità straordinaria, capaci di un’incredibile e utile provocazione.

Se dobbiamo andare “incontro all’umano” come dice il nostro Vescovo nella sua ultima lettera pastorale, se il nostro carissimo papa Francesco – vero dono dello Spirito – ci invita sempre a muoverci verso le “periferie” – del nostro cuore, delle nostre comunità, delle nostre città e del nostro travagliato mondo pieno di violenza, di ingiustizia, sopraffazione, negazione di dignità, crudelissime persecuzioni, guerre, insomma, del continuo ‘dolore’ che pervade il mondo da sempre – è proprio da qui che dobbiamo partire.

Dobbiamo tirare fuori dalla sua culla e da un presepio fatto di statuine rigide e fisse – come ben notava Sartre – Gesù, Maria, Giuseppe e animare la scena come ha cercato di fare lui, probabilmente in un momento particolarissimo e specialmente infelice della sua vita, forse riandando alla propria infanzia.

Le icone orientali spesso dipingono la culla come una piccola ‘bara’ e presentano Gesù bambino fasciato come si usava per seppellire i defunti. Nel Natale è, infatti, già concentrata tutta la storia della salvezza e davanti alla grotta di Betlemme dobbiamo stupirci anche noi, come gli angeli e come i pastori, perché stiamo contemplando un Dio-uomo. Non una simulazione, non una finzione, ma un Dio: quello che tradizionalmente ci raffiguriamo come il Creatore, il condottiero degli antichi eserciti di Israele, proprio Lui; uomo, anzi, neonato come tutti i cuccioli d’uomo; indifeso – lui che mostrerà di potersi imporre agli elementi naturali, leggere nel cuore degli uomini, superare la tentazione, vincere la morte -; in-fante cioè incapace di esprimersi – Lui che è il Verbo, cioè la Parola -; bisognoso di ogni cosa per vivere e crescere – lui che moltiplicherà a dismisura pani e pesci.

L’avranno ben separato dalla sua mamma tagliando il cordone ombelicale; l’avranno ripulito perché sarà tutto stato sporco di sangue e di liquido amniotico; Maria lo avrà nutrito, cambiato, vegliato di notte… Avrà certo pianto, questo bambino, avuto mal di pancia, la tosse, il mal di gola… Sarà cresciuto, divenuto adolescente, avrà cambiato voce, sarà diventato un uomo maturo come tutti noi comuni mortali… Ha mangiato e bevuto, corso, faticato, sudato; sicuramente si è arrabbiato, è stato tentato, ha pianto, ha avuto paura, si è sentito abbandonato e rifiutato… è morto…

Questa è davvero la grande sfida del Cristianesimo! Bestemmia per il popolo ebraico, eresia per l’Islam, e grandissimo scandalo per tutte le generazioni cristiane dalle primissime sino alla nostra, oggi.

Ecco, davanti al presepe, quest’anno, proviamo a chiederci quanto crediamo a tutto ciò in profondità, non con la testa – un Dio può tutto -, non con la tradizione – tutte le domeniche recitiamo il credo -, ma con il cuore e soprattutto con la nostra vita.

Perché, se riuscissimo anche solo a percepire la profondità di questo quasi inavvicinabile mistero, allora come dovremmo cambiare rotta! Dio ha accettato di avere un corpo come noi, dandogli un’incredibile dignità. Dio ha camminato nel nostro mondo, insegnandoci a rispettarlo e “custodirlo” come dice il Papa. Dio ha reso degna di essere vissuta, interessante e ricchissima la nostra quotidianità: Gesù è rimasto nell’anonimato più completo per la quasi totalità della sua esistenza, trent’anni, facendo cose normalissime. E ci ha insegnato di avere caro ogni essere umano, fatto a sua “immagine e somiglianza”, come si dice in Genesi.

Perché quando ancora il mondo non c’era, quando lo Spirito di Dio – la ruà – già era però l’anima di un universo ancora informe, “al principio” di tutto – lo leggeremo nella notte di Natale -, il “Verbo” era già là: presente al Padre, anzi modello sul quale forgiare l’umanità. E, alla fine del suo percorso terreno, Gesù è “asceso” portando per sempre, nello splendore incomprensibile di un Amore espansivo e comunicativo come la Trinità, la nostra natura umana: ferita, piagata, ma alla fine riscattatata e sanata per sempre.

Il Bambino di Betlemme ci prenda per mano e ai aiuti a vivere bene il presente e il nostro quotidiano. E allora Buon Natale, con il Suo aiuto…

Claudia di Filippo Bareggi