Che cosa intendiamo quando pronunciamo la parola “Dio”?

L’intestazione corretta dovrebbe essere alla prima persona singolare, poiché ognuno di noi ha una propria personalissima esperienza, e quindi concezione, del “divino”, di ciò che chiamiamo “Dio”; ma sarebbe impropria un’esibizione troppo personalistica. E poi la riflessione che segue esprime anche idee ormai condivise, persino in ambito cattolico.

L’intestazione corretta dovrebbe essere alla prima persona singolare, poiché ognuno di noi ha una propria personalissima esperienza, e quindi concezione, del “divino”, di ciò che chiamiamo “Dio”; ma sarebbe impropria un’esibizione troppo personalistica. E poi la riflessione che segue esprime anche idee ormai condivise, persino in ambito cattolico.

Tutto nasce dal senso della Trascendenza, dalla capacità di percepire, di sentire una forza, “qualcosa” che ci trascina fuori di noi stessi, dall’ossessione dell’autoriferimento, e ci  affida al regno della possibilità, quindi della libertà. Ci cogliamo donati a noi stessi, comprendiamo confusamente che la nostra origine è al di sopra e al di fuori di noi, avvertiamo dei limiti contro i quali nulla possono le nostre categorie intellettuali. Allora consideriamo il mondo e la storia con occhi diversi. Pensiamo che nonostante gli orrori e le crudeltà, anche del regno naturale, l’essere è di per sé positivo, più positivo del non essere; che il tutto è sorretto da una volontà benevola; che l’ assoluta ed enigmatica gratuità della bellezza è segno, cifra di qualcosa che ci oltrepassa; che al momento della nascita l’esistenza stringe un patto con noi e di questo patto ci rende responsabili, nel duplice senso del termine: che dobbiamo onorarlo e che dobbiamo rispondere, assumendo la nostra storicità e facendo accadere nel tempo la verità. Il che vuol dire innanzi tutto che ci sollecita alla ricerca di un senso: non di un fondamento esterno, di una causa lontana del tutto, come voleva la vecchia metafisica. Piuttosto un darsi originario: “La rosa è senza perché; fiorisce poiché fiorisce, / di sé non gliene cale, non chiede d’esser vista” scriveva il  poeta, cattolico e gesuita, Angelo Silesius nel suo Il pellegrino cherubico. Non ci è dato impadronirci del “perché”, ma possiamo lasciar essere una presenza che ci sfugge e si rivela nel nascondimento.  La Trascendenza è percepita come qualcosa di assolutamente altro da noi e dal mondo ma ci interpella nel mondo rinviando a ciò che è oltre, celato, come il Dio del Primo Testamento che parla “con voce di silenzio sottile” (I Re,19, 12)  o si fa vedere solo di spalle (Es. 33, 23): si dà sottraendosi, si rivela come mistero. La Trascendenza non dà spiegazioni: si dischiude nella “giustezza” di ciò che è, invitandoci a non violare il suo mistero ma a riconoscerla anche quando ci sarebbe più facile negarla o ignorarla.  Ci fa sentire la consapevolezza del mondo, lo spessore della realtà, l’essenza delle cose, ciò che potrebbero essere oltre la loro consistenza empirica. Ci fa sensibili all’incompiutezza e ci dilania con la nostalgia di una pienezza mai vissuta. Pretende che facciamo esistere Dio.

Tutte le religioni sono grandi, o piccoli, sistemi simbolici o mitologici o metaforici che rinviano a ciò che non è altrimenti comprensibile o dicibile. Parti che alludono a un intero. Concretizzazioni storiche dell’ esperienza del Trascendente.  Indici di realtà che restano insondabili. Veicoli di una “verità” già potenzialmente presente in ognuno di noi ma che, come la Bella addormentata, deve essere risvegliata dal bacio del Principe. Uomini di particolare sensibilità, nella nostra tradizione Gesù di Nazareth innanzi tutti, ma anche Paolo o Giovanni, e alcuni grandi santi o gli antichi profeti, nella loro tormentata dimestichezza col Signore, hanno colto delle scintille del “divino” e ce le hanno trasmesse coi loro racconti, come Omero coi viaggi di Ulisse. Certi livelli di realtà solo il simbolo li può dischiudere. E non possono trasmettersi se non in chiave mitica, lo dicevano già Jaspers e Pareyson in polemica con Bultmann.  Le diverse, e a volte contraddittorie, immagini di Dio che percorrono il Primo Testamento confluiscono nel Dio-Amore raccontatoci da Gesù nel Secondo. E questo Dio-Amore è rappresentato nella vita e nella morte di Gesù al punto da potersi dire a buon diritto “incarnato” in lui.

Ma soprattutto l’atteggiamento religioso ha bisogno di concretezza: dobbiamo personificare, antropomorfizzare, usare il nostro linguaggio umano. Difficile altrimenti dialogare con qualcosa che, con il grande Tillich e al suo seguito molti teologi americani, potremmo chiamare la “Realtà Ultima”. O Fondamento dell’essere. O Totalità dell’essere e via astraendo. Abbiamo invece bisogno di chiamare “Padre Nostro” quella che sperimentiamo come una Presenza che ci avvolge e va oltre. Sentiamo il bisogno di collegare a una “persona” che chiamiamo Dio il senso di gratitudine o il nostro senso del finito, anche se poi, in realtà, il riferimento non è molto importante. E’ davvero necessario sapere se Dio esiste realmente o no? In fin dei conti la nostra consapevolezza “creaturale” e il nostro rendimento di grazie ci sarebbero ugualmente anche se lui non esistesse come persona. Pura emotività? Non credo. E’ come la voce della coscienza: viene da dentro ma “sappiamo” che non è la nostra; allo stesso modo sentiamo che il senso di pienezza interiore si espande all’esterno in un trasporto di gratitudine e percepiamo con certezza che non è solo effusività sentimentale ma anche risposta a una condiscendenza amorosa che di per sé  non sarebbe essenziale nominare. Ed è una risposta di tutta la nostra vita, non l’adesione razionale a una “verità” fissata una volta per tutte.

Allo stesso modo, e per fare un solo esempio: ho bisogno della definizione dogmatica della verginità di Maria (secondo una qualifica peraltro diffusa anche in altre religioni, come insegna l’approccio comparativistico) per vedere nella mamma di Gesù un esempio fulgido di coraggio e umiltà, mitezza e riflessività, attenzione agli altri (Cana!) e accettazione consapevole di un destino doloroso? Un ridimensionamento della fisiologia della Madonna non impedisce di continuare a recitare preghiere splendide come l’Ave Maria e la Salve Regina, magari anche in latino, che è così bello e ricco di storia. Così come non impedisce di affidarci alla tenerezza di questa figura femminile che tanta importanza ha avuto, almeno in linea di principio, nel plasmare un ideale di donna unico nella storia del mondo. E di guardare, anche con devozione, le splendide immagini che ci tramandano le arti.

Quello che intendo dire è che in un’epoca in cui la mentalità scientifica è l’a priori, il criterio di verità del nostro orizzonte conoscitivo, in cui è difficile credere nella necessità di un dio e in cui l’esperienza del rapporto col divino è sempre più personale e sempre meno istituzionalizzata, anche dal punto di vista pastorale sarebbe forse opportuno lavorare sull’educazione e lo sviluppo della sensibilità religiosa più che sulla dottrina, i dogmi, i valori non negoziabili, la fissazione sulla legge naturale, le pretese universalistiche e via vaticaneggiando. La sensibilità religiosa è affine a quella estetica, e come questa va educata e coltivata. E come il gusto estetico cresce e si sviluppa attraverso la frequentazione del bello, così il senso religioso si afferma in noi attraverso un’educazione al mistero, alla percezione di quegli sprazzi divini che esso lascia talvolta trapelare. Non possiamo più credere alla lettera dei testi, tanto meno dei documenti ecclesiastici, se non vogliamo vivere un rapporto continuamente conflittuale tra la ragione contemporanea e ciò che crediamo quando diciamo di credere. Temi come la creazione, il peccato originale, il rapporto figlio-padre nella vita del Gesù storico, la resurrezione spirituale o fisica di Gesù, per fare solo qualche esempio, restano inerti se stancamente ripetuti come realtà fattuali, oggettive, cui si deve un assenso diciamo ragionevole. Però possiamo andare oltre e interpretarne piuttosto il senso profondo, cercare di intuire le realtà non empiriche e non intellettualmente controllabili cui i testi alludono. Non dobbiamo domandarci “Che cosa è successo veramente?”, bensì “Che cosa questo significa per me?”: nella fede è importante il senso, non la verità. Solo così, oggi, la Trascendenza può diventare l’orizzonte in cui viviamo.

Peregrinus

Pasqua di resurrezione?

Pasqua è il momento forte dell’anno liturgico e, ancor più, della vita di fede. La vittoria sulla morte, la promessa della resurrezione per tutti, in carne e ossa, se così si può dire, anche se non è dato sapere in quale veste corporea. Si crede che comunque sopravviveremo alla nostra fine terrena.

Ma è anche il momento della passione, delle sofferenze del giusto, anzi del Giusto per antonomasia, di Gesù di Nazareth, che poi la fede dei primi discepoli, e dopo di loro della Chiesa, proclamerà Figlio di Dio.

Per il credente i due momenti sono indissolubili, fanno tutt’uno. Ma nella realtà della vita quotidiana di oggi, e quindi anche nella sensibilità di molti cristiani, il secondo prevale sul primo. Identificarci con l’agonia del Crocifisso e con la sua disperazione davanti all’abbandono del Padre, con la riluttanza, umanissima, ad andare incontro al suo destino ci è più facile che non convincerci della realtà “storica” della resurrezione. Di dei che muoiono e rinascono ce ne sono molti nelle religioni, spesso collegate coi culti della natura e coi cicli stagionali. Il cristianesimo pretende la storicità. Ma di storico ci sono la condanna a morte e il supplizio di un profeta e taumaturgo ebreo che percorreva le strade del suo paese predicando l’ imminente avvento del Regno di Dio, esortando perciò alla conversione dei cuori, alla rottura con la prassi tradizionale sia religiosa sia morale. Non sappiamo come si vivesse, quale consapevolezza avesse di sé. Certo era consapevole, almeno entrando a Gerusalemme, che il suo destino di morte era segnato. Certo, leggendo a posteriori i suoi detti e il racconto del suo modo di vivere e morire, possiamo concludere che era un uomo che aveva un rapporto particolare con quella che siamo soliti chiamare la “sfera del divino”. Certo da lui abbiamo imparato sull’uomo e su Dio cose che non sono altrimenti deducibili, né dalla ragione né, a mio parere e senza nulla togliere al loro valore anche veritativo, da altre tradizioni religiose.

Ma tutto il resto è testimonianza di seconda o di terza mano, basata sul racconto dell’ esperienza vissuta dai primi seguaci: quindi già un’interpretazione, il racconto di un racconto, un modo di dar forma e render ragione, a sé stessi innanzi tutto, e secondo i parametri concettuali linguistici metaforici e simbolici del tempo, degli eventi strani e meravigliosi e tremendi accaduti almeno cinquant’anni prima. E quanto più la scienza storica ed esegetica cerca di stabilire l’autenticità dei detti e dei fatti, districandosi fra testimonianze contraddittorie (anche all’interno dello stesso SecondoTestamento) e generi letterari e testimonianze coeve, tanto più la figura del Gesù storico diventa evanescente, imprendibile come una bolla di sapone. E’ il grande paradosso della fede, che nessuno che non sia già in qualche modo credente potrà mai capire.

Per la ragione è un circolo vizioso. Per chi cerca di credere è la speranza. Procediamo fra dubbi e negazioni, cercando di regolarci secondo coscienza e ragione, ma avendo la sensazione, affatto indimostrabile eppure, almeno in alcuni momenti, netta, di procedere come sapendo che dietro il velo della realtà c’è qualcos’altro, altrettanto reale e non in opposizione, cui non possiamo dare sostanza ma che nemmeno percepiamo come pura effusione del sentimento o proiezione dei nostri desideri. La sensazione di un’energia sottesa a tutto.  Come un brivido che ci sorprenda all’improvviso e ci faccia avvertiti di un altro tempo che non muore, che non è mai solo “passato” ma anche sempre presente, visibile come nelle stratificazioni delle rocce. Una consolazione materna, che alla fine della storia, di quella trascendenza orizzontale che è nostro compito realizzare, in qualche modo i conti torneranno e tutto l’immenso dolore del mondo avrà un riscatto.

Per la nostra sensibilità questo è forse il massimo di futuro oltre la morte che riusciamo a immaginare. La resurrezione pensabile. D’altra parte la credenza nell’immortalità non è di tutti i sistemi religiosi: nello stesso Antico Testamento l’idea di sopravvivenza dopo la morte è piuttosto tarda.

Ma la promessa evangelica è diversa. E’ possibile che la resurrezione e poi ascensione di Gesù diventato Cristo siano un modo di esprimere secondo le credenze del tempo l’eccezionalità dell’esperienza vissuta dai discepoli? E’ la spiegazione razionale. Ma noi crediamo perché la ragione non ci basta, altrimenti saremmo come i Greci nell’ Areopago: tutt’al più, come loro, crederemmo nel Dio sconosciuto. Gesù, però, come dicevo prima, ci ha “raccontato” Dio come un Padre che ci aspetta e ci abbraccerà in un Regno di banchetti e festini, dove i sofferenti diventeranno beati, come si dice nel Sermone del monte. E per quante razionalizzazioni si facciano, di qui non si scappa: senza la fede nella resurrezione della carne il cristianesimo sarebbe una dottrina nobile e affascinante, ma non così radicalmente diversa da tante altre dottrine che l’uomo ha costruito nel corso della sua storia. E Gesù di Nazareth non sarebbe tanto differente dai grandi maestri di umanità, modelli per tutti noi.

A questo punto però la fede non è più distinguibile dalla speranza. La speranza cui ci afferriamo quando siamo in presenza della morte che avvinghia i nostri cari, e non li ghermisce subito ma si accanisce su di loro, devastandoli nel fisico e nella mente, sfigurandoli. Ma anche la speranza cui non dobbiamo rinunciare davanti agli orrori della natura e della storia, all’ottusità sorda e crudele dell’uomo, alla povertà spirituale di tanti che si proclamano religiosi, che frequentano le chiese, che spesso potremmo  essere, siamo stati, saremo noi stessi: le “vacche di Basaan” non sono solo gli altri.

Per questo penso che è più facile identificarci con Gesù sofferente che con Cristo risorto. Gesù sofferente lo incontriamo tutti i giorni, è accanto a noi, siamo noi, persino quando anziché vittime siamo artefici del male. Cristo risorto lo possiamo cogliere solo avvolto in una nube, come nei quadri del tardo Rinascimento. E la nostra speranza non può che avere la vaga e trasparente consistenza di una nube.

Peregrinus

E’ cattolico, ma e’ una brava persona

di Peregrinus – Quante volte ho sentito questa frase, o altre simili, esprimenti il medesimo concetto, tutto riassunto in quella parolina avversativa-limitativa: ‘ma’. È una frase che dà a pensare, anche in tempi di persecuzioni ai cristiani nel mondo. Perché, con un messaggio straordinario da tramandare e testimoniare, con una miriade di iniziative generose in tutto il mondo, con esempi di autentica santità vissuta per gli altri fino al martirio, i cristiani sono spesso antipatici? Perché ci sono situazioni in cui vengono discriminati o addirittura perseguitati?

di PeregrinusQuante volte ho sentito questa frase, o altre simili, esprimenti il medesimo concetto, tutto riassunto in quella parolina avversativa-limitativa: ‘ma’. È una frase che dà a pensare, anche in tempi di persecuzioni ai cristiani nel mondo (58 persone uccise il 31 ottobre scorso nella cattedrale cattolica di Baghdad; 21 nella chiesa copta di Alessandria la notte di Capodanno, per ricordare soltanto le ultime stragi). Perché, con un messaggio straordinario da tramandare e testimoniare, con una miriade di iniziative generose in tutto il mondo, con esempi di autentica santità vissuta per gli altri fino al martirio, i cristiani sono spesso antipatici? Perché ci sono situazioni in cui vengono discriminati o addirittura perseguitati?

Ovviamente le motivazioni sono diverse a seconda delle circostanze e non si possono raccogliere sotto una sola etichetta. Una cosa, a esempio, sono gli attentati e le violenze nei paesi ex coloniali, dove il cristianesimo era spesso vissuto come il sostegno ideologico dei colonizzatori, e quindi sommariamente ma intrinsecamente connesso con la violenza dell’Occidente; altra cosa il  martirio subito dai cattolici impegnati nella difesa degli oppressi e dei diseredati, dell’immenso e dimenticato popolo delle Beatitudini in varie parti del mondo, a cominciare dall’America Latina; altra cosa ancora le lotte tra opposti fondamentalismi: cattolici (e ancor più protestanti) da una parte, islamisti o indù dall’altra; altra cosa infine il diffuso sospetto o l’insofferenza che  circondano spesso i cattolici in Europa e anche in Italia, dove è insediata la Corte pontificia. Mi sembra sia importante distinguere, e non solo perché diversi sono gli esiti, anche se poi nel profondo il retaggio storico è il medesimo: la frequente collusione tra la Chiesa e i governi meno democratici o più oppressivi e il tradizionale moderatismo del ceto medio cattolico, spesso confuso con la saggia moderazione (secondo l’arguto Martinazzoli la moderazione sta al moderatismo come la castità all’impotenza). E ancor più importante credo sia evitare il riflesso difensivo, vittimistico e autocommiserante: noi siamo i perseguitati, gli altri sono i violenti o i fondamentalisti o i nichilisti o i relativisti. Tempo fa gli illuministi, i positivisti, i materialisti…

Ovvio che bisogna reclamare e difendere la libertà di religione, di culto e di espressione, che però vale per tutti, anche per i musulmani in  Italia, a esempio, e auspicabilmente senza invocare una tignosa reciprocità, con la fiducia che qualcuno deve pur cominciare, e ricordando che fino a due secoli fa non è che dalle nostre parti ci fosse una generosa tolleranza verso i non cattolici. E non penso che con la dottrina esclusivista (extra ecclesia nulla salus, definito dal grande storico e teologo del primo Novecento Ernst Troeltsch l’“orribile motto” e oggi finalmente messo in sordina) si vada molto in là, specie in tempi in cui il confronto con le altre grandi religioni non è più remoto e favolistico ma quotidiano, porta a porta si può dire. Tuttavia non mi sembra che, salvo il benemerito card. Tettamanzi e  altre poche eccezioni, ci siano state chiare prese di posizione cattoliche per sostenere il diritto alla moschea per i fedeli musulmani delle nostre città: comunque non con la stessa passione con cui ci si batte contro il testamento biologico, che pure, a lume di carta costituzionale e di buon senso democratico, dovrebbe essere un altro diritto riconosciuto… E quando qualche parroco di buona volontà ha cercato di aprire i locali della parrocchia al culto dei musulmani ha dovuto rientrare subito nei ranghi.

Ma dai grandi problemi planetari soffermandoci ancora nel nostro orticello domandiamoci con tutta l’onestà intellettuale possibile perché è così frequente quella frasetta con quel “ma”: «È cattolico, ma è una brava persona». Come a dire: sì, purtroppo è cattolico, però, nonostante questo macroscopico difetto che dovrebbe renderlo poco affidabile, è tuttavia uno con cui si può stare, si può parlare, si possono fare cose. Temo che questa diffidenza corretta in extremis non sia frutto dell’evangelico essere nel mondo ma non del mondo: anzi, esattamente al contrario, sia conseguenza di un essere troppo del mondo. Si è del mondo quando, in cambio simoniaco di qualche beneficio economico o politico, si sbava come boxer incontrando a cena o in udienza particolare un Presidente del consiglio che, secondo il Piccolo Fratello Arturo Paoli, è “una figura indegna, nella dimensione privata come in quella pubblica.” Si è del mondo quando la dottrina, tutta umana e “teologica”, prevale sulla testimonianza e sulla sequela di un Assoluto che è sempre precedente a ogni nostra costruzione. Si è del mondo quando si difende un’identità istituzionale come un possesso dato e riconoscibile, con chiese e organizzazioni, anziché ascoltare in Gesù di Nazaret il racconto di Dio. Mi rendo conto che la storia della Chiesa vive nella dialettica tra istituzione e comunità, che la prima senza la seconda si ossifica e che la seconda senza la prima rischia la dispersione, l’evaporazione sentimentale o il fanatismo. Ma da troppi secoli, a parte l’ora d’aria del Concilio Vaticano II (le finestre furono subito chiuse già con Paolo VI), la chiesa visibile  ha poco da dire agli uomini, anzi, è avvertita come ostile, contraria a ogni esigenza di emancipazione e di libertà, pronta ad allearsi col diavolo pur di mantenere o addirittura incrementare privilegi mondanissimi e disposta a riconoscere controvoglia i diritti quando questi sono ormai diventati luogo comune. Là dove c’è bisogno di senso impone norme. Così ormai rischia di dare risposte per le quali non c’è più nessuna domanda. Ma il bisogno, magari non riconosciuto e inespresso, della Buona Novella resta nell’umanità sofferente. Forse si raccoglie tutto in quel “ma”.

Cristiani di Occidente e di Oriente

di Claudia D. F. – Tutti abbiamo negli occhi l’immagine dell’icona di Cristo macchiata del sangue dei nostri fratelli copti ad Alessandria d’Egitto al passaggio del nuovo anno: un attentato vile e crudele perché organizzato proprio per colpire, in un momento di festa collettivo, un gran numero di innocentissime e pacifiche persone…

di Claudia D. F.Tutti abbiamo negli occhi l’immagine dell’icona di Cristo macchiata del sangue dei nostri fratelli copti ad Alessandria d’Egitto al passaggio del nuovo anno: un attentato vile e crudele perché organizzato proprio per colpire, in un momento di festa collettivo, un gran numero di innocentissime e pacifiche persone…

E, probabilmente, in molti ci interroghiamo sul cristianesimo orientale e pensiamo con dolore che proprio laddove la nostra fede è nata e si è affermata, lì le comunità cristiane si stanno davvero assottigliando, sino a perdere senso, se non a sparire addirittura: per i cattolici, ancora 26% in Libano, 3,7% nella penisola Arabica, ma 1.5% in Siria, 1,1% in Iraq, 0,9% in Israele e Giordania, 0,7% in Palestina, 0,3% in Egitto, 0,02 in Turchia, 0,003% in Iran (Avvenire, 10 ottobre 2010, p. 7).

Eppure, abbiamo tanto sperato in una possibile ripresa, abbiamo guardato al sinodo di metà ottobre a Roma come ad un momento di possibile rinascita, un punto fermo da cui ripartire, per loro, con coraggio, caparbietà, e molta fede…

Ci dobbiamo veramente pensare di più: dobbiamo trovare nessi concreti, reti di amicizia e di solidarietà fra noi, occidentali, e loro, orientali o meglio medio orientali, perché farà bene ad entrambi di sicuro… Lo dicevano, del resto, le voci provenienti dal sinodo stesso rivendicando innanzitutto un ruolo “insostituibile” alla minoranza cristiana; anzi, proprio su questo il padre gesuita Samir Khalil Samir (cristiano arabo libanese e islamologo) con forza sottolineava che si tratta semmai di “minoranze di prima classe” per la ricchezza culturale e la capacità di mediazione che queste comunità hanno sempre avuto, anche nei confronti del mondo arabo: per esempio, traducendo dal siriaco in arabo il sapere classico ellenistico-romano, e dunque rimettendolo in tal modo in circolo…

Di più: il siriano Joseph Yacoub, uno dei massimi studiosi in Francia (Università Cattolica di Lione) dei diritti delle minoranze, sottolineava la giusta scelta del versetto di Atti che ha fatto da guida al sinodo alludendo alla “moltitudine di coloro che erano diventati credenti”: ma quale moltitudine, si dirà, se abbiamo appena visto come i cristiani laggiù siano sempre meno? E continuava: “il Medio Oriente è plurale…e in questo contesto è importante che anche la Chiesa abbia un volto plurale. Sono sette le Chiese che partecipano a questo sinodo, e ciascuna ha la sua liturgia, la sua teologia, la sua organizzazione”: e quanto bene fa a noi tutto ciò! Nell’incontro romano si parlava non solo francese, italiano, inglese, ma anche arabo –anch’essa lingua ‘cristiana’ si scriveva con orgoglio!- , armeno e neo siriaco… e proprio Antonios Neguib, il patriarca dei copti di Alessandria, aveva avuto parole di speranza non solo per la ricchezza di questa molteplicità, ma anche per la tensione quotidiana del confronto-dialogo con il mondo islamico, che chiede “impegno per i diritti e la democrazia”: e per tutti (ivi, p. 7).

Davvero tutto ciò ci interpella molto fortemente: ci interpella e ci sfida… Vorrei provare a dire qualche perché…pensarci e magari discuterne…

La prima riflessione: quanto poco sappiamo, in realtà, di loro, come delle altre numerose comunità cristiane e cattoliche che nel mondo sono perseguitate per motivi di fede… Quindi davvero dovremmo innanzitutto cercare di ‘sapere’, informarci in modo più attento e critico, scegliendo le fonti di informazione, con la consapevolezza che questa è fondamentale ma non è mai neutra…

La seconda: scuoterci dalla nostra comoda condizione di ‘maggioranza’ (parlo soprattutto per l’Italia) o comunque di fedeli che hanno ancora un patrimonio del ‘passato’ importante su cui contare e molto vicino nel tempo. Se il cristianesimo ha vinto, è perché ha avuto santi e martiri… Certo, a noi, per ora almeno, nessuno chiede di passare attraverso delle persecuzioni e di rischiare la vita… ma un po’ più lontano sì in questo ‘villaggio globale’, e sempre di più: pensiamo a tante zone dell’Africa o dell’Asia dove molti fratelli rischiano tutti i giorni per la loro coerenza, oppure, come accadeva alle origini, comunque si giocano carriera, benessere materiale e così via… Non ci dice nulla, tutto ciò?Non dovremmo confrontarci con la loro situazione e riflettere maggiormente sulla tepidezza e incoerenza di molte delle nostre scelte, e dunque, forse, anche della nostra fede?

La terza: i cristiani del Medio Oriente ci dicono così chiaramente che occorre non avere paura e non arretrare davanti alla pluralità sociale, culturale e religiosa…perché se le differenze sono sempre faticose e capaci però di produrre ricchezza e vita… non dovremmo interrogarci allora sulle nostre ‘paure’, qui da noi, davanti a chi viene da lontano, a chi è portatore di uno stile altro e che sempre di più cerchiamo di allontanare, neutralizzare, negare di fatto?

Da ultimo: ma è la sottolineatura forse più forte e utile… come anche papa Benedetto detto in questi giorni, questi fratelli devono ‘restare’ e, nonostante le persecuzioni e le violenze, devono continuare nello stile che Gesù ha proposto, che è quello della pace, del confronto, del lavoro quotidiano di chi agisce come “costruttore di ponti e esperto di dialogo”…

Ma se questo è chiesto a chi vive la discriminazione e rischia di continuo, cosa pensiamo di dover fare noi, cristiani di Occidente che rischiamo invece continuamente di ‘aggiustare’ e‘svendere’ la nostra fede e di abdicare proprio all’insostituibile compito di essere lievito, sale, luce, cioè di essere appunto la ‘coscienza critica’ del nostro tempo?

CRISTIANI DI OCCIDENTE E DI ORIENTE

Tutti abbiamo negli occhi l’immagine dell’icona di Cristo macchiata del sangue dei nostri fratelli copti ad Alessandria d’Egitto al passaggio del nuovo anno: un attentato vile e crudele perché organizzato proprio per colpire, in un momento di festa collettivo, un gran numero di innocentissime e pacifiche persone…

E, probabilmente, in molti ci interroghiamo sul cristianesimo orientale e pensiamo con dolore che proprio laddove la nostra fede è nata e si è affermata, lì le comunità cristiane si stanno davvero assottigliando, sino a perdere senso, se non a sparire addirittura: per i cattolici, ancora 26% in Libano, 3,7% nella penisola Arabica, ma 1.5% in Siria, 1,1% in Iraq, 0,9% in Israele e Giordania, 0,7% in Palestina, 0,3% in Egitto, 0,02 in Turchia, 0,003% in Iran (Avvenire, 10 ottobre 2010, p. 7).

Eppure, abbiamo tanto sperato in una possibile ripresa, abbiamo guardato al sinodo di metà ottobre a Roma come ad un momento di possibile rinascita, un punto fermo da cui ripartire, per loro, con coraggio, caparbietà, e molta fede…

Ci dobbiamo veramente pensare di più: dobbiamo trovare nessi concreti, reti di amicizia e di solidarietà fra noi, occidentali, e loro, orientali o meglio medio orientali, perché farà bene ad entrambi di sicuro… Lo dicevano, del resto, le voci provenienti dal sinodo stesso rivendicando innanzitutto un ruolo “insostituibile” alla minoranza cristiana; anzi, proprio su questo il padre gesuita Samir Khalil Samir (cristiano arabo libanese e islamologo) con forza sottolineava che si tratta semmai di “minoranze di prima classe” per la ricchezza culturale e la capacità di mediazione che queste comunità hanno sempre avuto, anche nei confronti del mondo arabo: per esempio, traducendo dal siriaco in arabo il sapere classico ellenistico-romano, e dunque rimettendolo in tal modo in circolo…

Di più: il siriano Joseph Yacoub, uno dei massimi studiosi in Francia (Università Cattolica di Lione) dei diritti delle minoranze, sottolineava la giusta scelta del versetto di Atti che ha fatto da guida al sinodo alludendo alla “moltitudine di coloro che erano diventati credenti”: ma quale moltitudine, si dirà, se abbiamo appena visto come i cristiani laggiù siano sempre meno? E continuava: “il Medio Oriente è plurale…e in questo contesto è importante che anche la Chiesa abbia un volto plurale. Sono sette le Chiese che partecipano a questo sinodo, e ciascuna ha la sua liturgia, la sua teologia, la sua organizzazione”: e quanto bene fa a noi tutto ciò! Nell’incontro romano si parlava non solo francese, italiano, inglese, ma anche arabo –anch’essa lingua ‘cristiana’ si scriveva con orgoglio!- , armeno e neo siriaco… e proprio Antonios Neguib, il patriarca dei copti di Alessandria, aveva avuto parole di speranza non solo per la ricchezza di questa molteplicità, ma anche per la tensione quotidiana del confronto-dialogo con il mondo islamico, che chiede “impegno per i diritti e la democrazia”: e per tutti (ivi, p. 7).

Davvero tutto ciò ci interpella molto fortemente: ci interpella e ci sfida… Vorrei provare a dire qualche perché…pensarci e magari discuterne…

La prima riflessione: quanto poco sappiamo, in realtà, di loro, come delle altre numerose comunità cristiane e cattoliche che nel mondo sono perseguitate per motivi di fede… Quindi davvero dovremmo innanzitutto cercare di ‘sapere’, informarci in modo più attento e critico, scegliendo le fonti di informazione, con la consapevolezza che questa è fondamentale ma non è mai neutra…

La seconda: scuoterci dalla nostra comoda condizione di ‘maggioranza’ (parlo soprattutto per l’Italia) o comunque di fedeli che hanno ancora un patrimonio del ‘passato’ importante su cui contare e molto vicino nel tempo. Se il cristianesimo ha vinto, è perché ha avuto santi e martiri… Certo, a noi, per ora almeno, nessuno chiede di passare attraverso delle persecuzioni e di rischiare la vita… ma un po’ più lontano sì in questo ‘villaggio globale’, e sempre di più: pensiamo a tante zone dell’Africa o dell’Asia dove molti fratelli rischiano tutti i giorni per la loro coerenza, oppure, come accadeva alle origini, comunque si giocano carriera, benessere materiale e così via… Non ci dice nulla, tutto ciò? Non dovremmo confrontarci con la loro situazione e riflettere maggiormente sulla tepidezza e incoerenza di molte delle nostre scelte, e dunque, forse, anche della nostra fede?

La terza: i cristiani del Medio Oriente ci dicono così chiaramente che occorre non avere paura e non arretrare davanti alla pluralità sociale, culturale e religiosa…perché se le differenze sono sempre faticose e capaci però di produrre ricchezza e vita… non dovremmo interrogarci allora sulle nostre ‘paure’, qui da noi, davanti a chi viene da lontano, a chi è portatore di uno stile altro e che sempre di più cerchiamo di allontanare, neutralizzare, negare di fatto?

Da ultimo: ma è la sottolineatura forse più forte e utile… come anche papa Benedetto detto in questi giorni, questi fratelli devono ‘restare’ e, nonostante le persecuzioni e le violenze, devono continuare nello stile che Gesù ha proposto, che è quello della pace, del confronto, del lavoro quotidiano di chi agisce come “costruttore di ponti e esperto di dialogo”…

Ma se questo è chiesto a chi vive la discriminazione e rischia di continuo, cosa pensiamo di dover fare noi, cristiani di Occidente che rischiamo invece continuamente di ‘aggiustare’ e‘svendere’ la nostra fede e di abdicare proprio all’insostituibile compito di essere lievito, sale, luce, cioè di essere appunto la ‘coscienza critica’ del nostro tempo?

Claudia D. F.

Passeggiate

Di Peregrinus – Nella mia esperienza la natura non è solo il bel paesaggio: è una modalità della preghiera. Un luogo del rendimento di grazie. Dell’epifania. Mi sento molto più devoto in un bosco che in una chiesa, dove riesco a distrarmi persino al momento dell’elevazione. Romanticismo? Estetismo? Sentimentalismo? Non so rispondere, ma ho l’impressione di no […].

Di Peregrinus – Nella mia esperienza la natura non è solo il bel paesaggio: è una modalità della preghiera. Un luogo del rendimento di grazie. Dell’epifania. Mi sento molto più devoto in un bosco che in una chiesa, dove riesco a distrarmi persino al momento dell’elevazione. Romanticismo? Estetismo? Sentimentalismo? Non so rispondere, ma ho l’impressione di no. Giorni fa ero su una cima (facile, meno di due ore di salita), in una splendida e gelida giornata autunnale, coi  monti azzurri e lievi, aerei: luci e colori teneri e insieme nitidissimi, le montagne leggere quasi fossero fatte di vetro soffiato, come le decorazioni dell’albero di Natale, o  come riflesse su acqua di lago. E’ il mio amatissimo autunno: ogni cosa luminosa, come se l’idea si facesse visibile nelle cose e queste si organizzassero attorno alla loro idea, in una trasparenza quasi assoluta, senza distinzione tra soggetto e oggetto. E la bellezza diventa  promessa di felicità, nostalgia di una contrada in cui non siamo mai stati, se posso usare una venatura escatologica.

Da dove ero potevo vedere ghiacciai e vette, e l’intera catena del Bianco, e poi, man mano più lontani, il Grand Combin, il Cervino, il Rosa… Tutto era vivo, ma nell’estenuante, languida dolcezza della preparazione al sonno invernale, quando la terra si chiude su di sè, in attesa. Una sorta di preparazione all’Avvento.

Al ritorno mi sono fermato in un bosco, pini e larici, piante di mirtillo dal giallo all’arancione al rosso; negli occhi ancora l’argento della pietraia appena attraversata. Amo le pietraie, e non credo che i minerali siano mera materia: è vita apparentemente bloccata, in realtà solo segreta. Seduto in una radurina, silenzioso,  avevo la netta sensazione che tutto, raggi del sole al tramonto, mirtilli, insetti, terreno freddo ma  secco, rami caduti, alberi, pigne, tutto fosse al suo posto; che se appena avessi spostato anche solo un rametto o uno stelo sarebbe cambiato l’intero ordine del mondo. Era come se percepissi il cosmo, mi sentivo in sintonia con l’universo…

Amo anche gli alberi: crescono e vivono senza danneggiare nessuno, solo donando. Sono l’elemento più vitale che conosca, e mai a spese degli altri. Attecchiscono eroicamente anche sulle creste rocciose: gli basta un pugno di terra. Su certe coste erbose li vedi tutti stortati da anni di vento, o mezzo mangiati dal fulmine: però vivono e ringraziano. C’è un larice immenso, quassù; qualche sciagurato ci ha fatto un fuoco alla base, smangiandone il grande tronco. Ma lui ha retto, è ancora bello e forte, e io mi commuovo a vedere le stille di resina che gli solcano la corteccia. Gli alberi sono tutti uno diverso dall’altro, hanno una loro vita segreta; a me sembra si immobilizzino solo quando li guardi, se ti giri dall’altra parte hai la sensazione, nettissima, che a modo loro si muovano, camminino, si incontrino. Poi, appena ti rigiri, eccoli di nuovo immobili. Di molti sono amico, li saluto, ringraziamo insieme il Signore.

In Italia centrale c’è un ulivo immenso, da calcoli oggi possibili sembra risalire alla repubblica romana (non quella di Mazzini, proprio quella dell’antica Roma). Quindi ha circa 2500 anni di vita. E’ immenso, ci vogliono almeno otto uomini in cerchio per cingerne la circonferenza. Lo vado a trovare quando posso, magari all’inizio di gennaio, come auspicio e fonte di energia per l’anno nuovo, e penso spesso alla sua storia. In tutta la sua esistenza sicuramente sotto i suoi rami qualcuno  è stato concepito, qualcun altro ucciso, altri vi saranno nati, qualche vecchio, avvertita l’ora, sarà andato a lasciarsi morire, la schiena appoggiata al tronco entro cui avrà avvertito scorrere la linfa benefica.  E che rete di relazioni si deve essere intessuta intorno a lui, quanti passaggi di soldati su è giù verso Roma o in fuga disordinata! E le donne violentate, i soldati ingannati e uccisi a tradimento dai contadini, le razzie… E lui ha continuato nei millenni a dilatare le sue fronde, a proteggere, ad accogliere, a produrre olive. Ne produce ancora oggi, piccole e non più adatte a fare olio, ma ancora buone per i tordi. Ormai non lo va a trovare quasi più nessuno: però mi è capitato di incontrare qualche turista giapponese, chissà come arrivato lì dall’Estremo Oriente,  che lo  fotografa…

Per me quell’ulivo è un testimone della vita divina che percorre l’universo e lo tiene insieme e vi si specchia per farci intravedere non la sua immagine, ché quella è solo nell’uomo, ma la sua libertà e la sua bontà sì…  Nella natura si percepisce l’invincibile forza rivelativa del progetto di Dio, penso anzi che sia una forma di manifestazione della Sua forza,  da quando, prima del tempo,  liberamente decise di esistere, scegliendo di lasciare dietro di Sè, come Sua ombra, l’inerzia della non-esistenza,  quel dio prima di Dio di cui parlano alcuni filosofi, oggetto del  Suo “No” nel momento in cui, avviando il processo creativo, contemporaneamente ha cominciato a rivelarsi.  (E che siano qui l’origine e la sede del male? In quest’ombra rimasta dietro Dio? Nella Sua ombra?)

Peregrinus