Fede e politica – Stato e Chiesa

Le due coppie dell’intestazione non sono omologhe, la seconda essendo solo un caso particolare della prima. Particolare, ma oggi forse il più clamoroso e portatore di scandalo, almeno in Italia.

Le due coppie dell’intestazione non sono omologhe, la seconda essendo solo un caso particolare della prima. Particolare, ma oggi forse il più clamoroso e portatore di scandalo, almeno in Italia.

Uno dei punti di forza del cristianesimo originario, ma già in nuce anche dell’ebraismo, è stato la de-sacralizzazione di ogni realtà: niente “luoghi alti” ma nemmeno teocrazie, distinguendo implicitamente il sacro dal santo. Forse solo il buddhismo, fra le grandi religioni storiche, è altrettanto secolare: ma il buddhismo, almeno a un profano, sembra più un’etica che una religione. Nella sua breve vita Gesù di Nazareth non fa che lottare contro le caste, sacerdotali e politiche; e ne morirà con ignominia. Paradossalmente, ma non tanto, il canto anarchico “Con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re” può suonare come una versione ribalda e grandguignolesca di uno spirito evangelico ben altrimenti radicale e profondo. Gesù non fonda chiese (il famoso passo di Mt. 16,18-19 è stato di controversa interpretazione in tutta la storia del cristianesimo, ne sono nati scismi e l’esegesi moderna lo legge in maniera molto diversa da quella tradizionale nella chiesa cattolica); non aveva, diversamente dagli zeloti, ideali teocratici, trascende la sfera politica: il passo di Marco 12,13-17 sul tributo a mio parere non afferma tanto la separazione fra spirituale e temporale quanto soprattutto il superamento della dicotomia in nome della responsabilità personale: quindi anche un invito ai seguaci a non entrare con logica “religiosa” nelle cose temporali (cfr. anche Paolo, Rom. 13,7-8).

Ma dopo Gesù è venuto il cristianesimo e da questo la cristianità, che è tutt’altra cosa, il tormentato connubio della Chiesa coi sistemi politici e istituzionali, anzi: la supremazia dei valori ecclesiastici nell’ organizzazione della vita associata, cioè sulla politica: una storia grandiosa, non leggibile univocamente come si fa di solito con intenti opposti sia da parte secolare sia da parte clericale, da secoli conclusa ma nei suoi aspetti deteriori ancora rimpianta dalla Corte pontificia. Nel regime della cristianità tutti erano cristiani, anche se, come diceva Kierkegaard, nessuno si poneva il problema di diventare cristiano.

Naturalmente tutto ciò, e mi scuso per la approssimativa stringatezza, non significa che il vangelo non abbia da dire nulla sulla vita sociale e politica dei credenti. Al contrario. Tutta la storia di Gesù, e la vita della chiesa primitiva, non sono equivocabili: il primato dell’amore fraterno e della solidarietà coi più deboli, i famosi “ultimi”, la disponibilità al sacrificio, l’esortazione alla povertà, lo stesso ripetuto invito a perdere identità culturale, famigliare e individuale (cfr. Mt. 10,34-39) vanno in una direzione molto precisa, scomoda, ardua, a volte eroica, e certo non identificabile coi valori proclamati dai partiti e dai movimenti solitamente etichettati “a destra”. Eppure la Chiesa come istituzione e molti fedeli, dappertutto, non hanno esitato a sostenere di volta in volta regimi e partiti sedicenti cristiani o cattolici ma con una prassi manifestamente contraria a quella indicata nei vangeli. E non solo nella prassi, che potrebbe anche comprendersi con la nostra tendenza al male, ma anche nelle dichiarazioni di principio. Servendosi della Chiesa come di uno scudo per i propri interessi anticristiani; e viceversa la Chiesa usandoli strumentalmente per difendere privilegi e valori che col vangelo nulla hanno a che fare: per blindare con l’imperio della legge i famigerati “princìpi non negoziabili” è più affidabile un ateo devoto di destra che un cattolico adulto di sinistra. E facendo identificare la Chiesa con uno schieramento politico. Al punto che recentemente, nelle discussioni sulla crisi italiana, autorevoli commentatori, confondendo la moderazione col moderatismo (il compianto Martinazzoli diceva che è come confondere la castità con l’impotenza) e auspicando forse un ritorno al cattolicesimo politico, non hanno esitato a dire che la collocazione naturale di un cattolico è a destra. Ed è così che chi scrive si trova più a suo agio in una cooperativa anarchica che nelle sale di una parrocchia…

Le cause di un simile stravolgimento del messaggio evangelico sono molte, e affondano le loro radici indietro nel tempo, almeno a partire dalla frattura fra il mondo e la Chiesa apertasi con l’epoca moderna e mai realmente superata, a parte l’episodio subito circoscritto del Concilio Vaticano II. La Chiesa, come accennato sopra, non si è mai rassegnata alla fine del regime di cristianità, e con il progredire della secolarizzazione, frutto proprio del cristianesimo, si è sentita assediata. Ma anziché recuperare l’impavida semplicità della testimonianza coltiva la nostalgia del sacro e si rinserra dietro gli spalti della dottrina e del dogma. Il nocciolo della fede cristiana è una storia che ha la potenza di un mito, sono degli eventi che possono avere ancora un significato per noi se sappiamo leggerli come vicenda di una Trascendenza. Perché tutta questa smania di riconquistare il mondo? Perché pretendersi garantiti dal possesso della verità? Come se la fede avesse bisogno di esibizione muscolare, di patti col potere, qualunque esso sia, e non piuttosto di pudore e di riservatezza.

Per la tragedia italiana si riparla di cattolici in politica in quanto cattolici… per i più anziani è uno stornello già cantato ai tempi di Maritain e della distinzione tra in quanto cristiani e da cristiani. Si sperava che almeno questo punto fosse ormai assodato.

Per chi sta sulla soglia l’impressione è che all’interno non ci si renda affatto conto dell’urgenza del momento. La grande cattedrale sta bruciando e si mettono in salvo i santini… Il mondo ha bisogno di fede, di significato e Roma risponde con richiami a un’ ortodossia usurata come un vestito vecchio, col recupero dei lefebvriani, il ritorno al latino, il silenziatore a ogni voce fuori dal coro. Restaurazione invece di credibilità.

E’ uscito un film qualche mese fa, Habemus Papam, di Nanni Moretti. A mio parere un grande film non sulla Chiesa ma sulla situazione del mondo contemporaneo. Lo sgomento di un’umanità che ha bisogno di qualcosa in cui credere, di qualcuno che testimoni i valori che dice di professare, ma nessuno è in grado; il prescelto fugge e cresce in umanità man mano che vive fra la gente comune, e gli altri, rinserrati nel ghetto sacro, giocano interminabili partite di pallavolo, scherzano infantilmente fra di loro. Fino allo sgomento della scena finale: il rifiuto definitivo dell’eletto, la finestra spalancata sulla piazza, un porporato in primo piano, le mani in bocca per l’angoscia e il nero del vuoto dietro di lui.

di Peregrinus

Pasqua di resurrezione?

Pasqua è il momento forte dell’anno liturgico e, ancor più, della vita di fede. La vittoria sulla morte, la promessa della resurrezione per tutti, in carne e ossa, se così si può dire, anche se non è dato sapere in quale veste corporea. Si crede che comunque sopravviveremo alla nostra fine terrena.

Ma è anche il momento della passione, delle sofferenze del giusto, anzi del Giusto per antonomasia, di Gesù di Nazareth, che poi la fede dei primi discepoli, e dopo di loro della Chiesa, proclamerà Figlio di Dio.

Per il credente i due momenti sono indissolubili, fanno tutt’uno. Ma nella realtà della vita quotidiana di oggi, e quindi anche nella sensibilità di molti cristiani, il secondo prevale sul primo. Identificarci con l’agonia del Crocifisso e con la sua disperazione davanti all’abbandono del Padre, con la riluttanza, umanissima, ad andare incontro al suo destino ci è più facile che non convincerci della realtà “storica” della resurrezione. Di dei che muoiono e rinascono ce ne sono molti nelle religioni, spesso collegate coi culti della natura e coi cicli stagionali. Il cristianesimo pretende la storicità. Ma di storico ci sono la condanna a morte e il supplizio di un profeta e taumaturgo ebreo che percorreva le strade del suo paese predicando l’ imminente avvento del Regno di Dio, esortando perciò alla conversione dei cuori, alla rottura con la prassi tradizionale sia religiosa sia morale. Non sappiamo come si vivesse, quale consapevolezza avesse di sé. Certo era consapevole, almeno entrando a Gerusalemme, che il suo destino di morte era segnato. Certo, leggendo a posteriori i suoi detti e il racconto del suo modo di vivere e morire, possiamo concludere che era un uomo che aveva un rapporto particolare con quella che siamo soliti chiamare la “sfera del divino”. Certo da lui abbiamo imparato sull’uomo e su Dio cose che non sono altrimenti deducibili, né dalla ragione né, a mio parere e senza nulla togliere al loro valore anche veritativo, da altre tradizioni religiose.

Ma tutto il resto è testimonianza di seconda o di terza mano, basata sul racconto dell’ esperienza vissuta dai primi seguaci: quindi già un’interpretazione, il racconto di un racconto, un modo di dar forma e render ragione, a sé stessi innanzi tutto, e secondo i parametri concettuali linguistici metaforici e simbolici del tempo, degli eventi strani e meravigliosi e tremendi accaduti almeno cinquant’anni prima. E quanto più la scienza storica ed esegetica cerca di stabilire l’autenticità dei detti e dei fatti, districandosi fra testimonianze contraddittorie (anche all’interno dello stesso SecondoTestamento) e generi letterari e testimonianze coeve, tanto più la figura del Gesù storico diventa evanescente, imprendibile come una bolla di sapone. E’ il grande paradosso della fede, che nessuno che non sia già in qualche modo credente potrà mai capire.

Per la ragione è un circolo vizioso. Per chi cerca di credere è la speranza. Procediamo fra dubbi e negazioni, cercando di regolarci secondo coscienza e ragione, ma avendo la sensazione, affatto indimostrabile eppure, almeno in alcuni momenti, netta, di procedere come sapendo che dietro il velo della realtà c’è qualcos’altro, altrettanto reale e non in opposizione, cui non possiamo dare sostanza ma che nemmeno percepiamo come pura effusione del sentimento o proiezione dei nostri desideri. La sensazione di un’energia sottesa a tutto.  Come un brivido che ci sorprenda all’improvviso e ci faccia avvertiti di un altro tempo che non muore, che non è mai solo “passato” ma anche sempre presente, visibile come nelle stratificazioni delle rocce. Una consolazione materna, che alla fine della storia, di quella trascendenza orizzontale che è nostro compito realizzare, in qualche modo i conti torneranno e tutto l’immenso dolore del mondo avrà un riscatto.

Per la nostra sensibilità questo è forse il massimo di futuro oltre la morte che riusciamo a immaginare. La resurrezione pensabile. D’altra parte la credenza nell’immortalità non è di tutti i sistemi religiosi: nello stesso Antico Testamento l’idea di sopravvivenza dopo la morte è piuttosto tarda.

Ma la promessa evangelica è diversa. E’ possibile che la resurrezione e poi ascensione di Gesù diventato Cristo siano un modo di esprimere secondo le credenze del tempo l’eccezionalità dell’esperienza vissuta dai discepoli? E’ la spiegazione razionale. Ma noi crediamo perché la ragione non ci basta, altrimenti saremmo come i Greci nell’ Areopago: tutt’al più, come loro, crederemmo nel Dio sconosciuto. Gesù, però, come dicevo prima, ci ha “raccontato” Dio come un Padre che ci aspetta e ci abbraccerà in un Regno di banchetti e festini, dove i sofferenti diventeranno beati, come si dice nel Sermone del monte. E per quante razionalizzazioni si facciano, di qui non si scappa: senza la fede nella resurrezione della carne il cristianesimo sarebbe una dottrina nobile e affascinante, ma non così radicalmente diversa da tante altre dottrine che l’uomo ha costruito nel corso della sua storia. E Gesù di Nazareth non sarebbe tanto differente dai grandi maestri di umanità, modelli per tutti noi.

A questo punto però la fede non è più distinguibile dalla speranza. La speranza cui ci afferriamo quando siamo in presenza della morte che avvinghia i nostri cari, e non li ghermisce subito ma si accanisce su di loro, devastandoli nel fisico e nella mente, sfigurandoli. Ma anche la speranza cui non dobbiamo rinunciare davanti agli orrori della natura e della storia, all’ottusità sorda e crudele dell’uomo, alla povertà spirituale di tanti che si proclamano religiosi, che frequentano le chiese, che spesso potremmo  essere, siamo stati, saremo noi stessi: le “vacche di Basaan” non sono solo gli altri.

Per questo penso che è più facile identificarci con Gesù sofferente che con Cristo risorto. Gesù sofferente lo incontriamo tutti i giorni, è accanto a noi, siamo noi, persino quando anziché vittime siamo artefici del male. Cristo risorto lo possiamo cogliere solo avvolto in una nube, come nei quadri del tardo Rinascimento. E la nostra speranza non può che avere la vaga e trasparente consistenza di una nube.

Peregrinus

E’ cattolico, ma e’ una brava persona

di Peregrinus – Quante volte ho sentito questa frase, o altre simili, esprimenti il medesimo concetto, tutto riassunto in quella parolina avversativa-limitativa: ‘ma’. È una frase che dà a pensare, anche in tempi di persecuzioni ai cristiani nel mondo. Perché, con un messaggio straordinario da tramandare e testimoniare, con una miriade di iniziative generose in tutto il mondo, con esempi di autentica santità vissuta per gli altri fino al martirio, i cristiani sono spesso antipatici? Perché ci sono situazioni in cui vengono discriminati o addirittura perseguitati?

di PeregrinusQuante volte ho sentito questa frase, o altre simili, esprimenti il medesimo concetto, tutto riassunto in quella parolina avversativa-limitativa: ‘ma’. È una frase che dà a pensare, anche in tempi di persecuzioni ai cristiani nel mondo (58 persone uccise il 31 ottobre scorso nella cattedrale cattolica di Baghdad; 21 nella chiesa copta di Alessandria la notte di Capodanno, per ricordare soltanto le ultime stragi). Perché, con un messaggio straordinario da tramandare e testimoniare, con una miriade di iniziative generose in tutto il mondo, con esempi di autentica santità vissuta per gli altri fino al martirio, i cristiani sono spesso antipatici? Perché ci sono situazioni in cui vengono discriminati o addirittura perseguitati?

Ovviamente le motivazioni sono diverse a seconda delle circostanze e non si possono raccogliere sotto una sola etichetta. Una cosa, a esempio, sono gli attentati e le violenze nei paesi ex coloniali, dove il cristianesimo era spesso vissuto come il sostegno ideologico dei colonizzatori, e quindi sommariamente ma intrinsecamente connesso con la violenza dell’Occidente; altra cosa il  martirio subito dai cattolici impegnati nella difesa degli oppressi e dei diseredati, dell’immenso e dimenticato popolo delle Beatitudini in varie parti del mondo, a cominciare dall’America Latina; altra cosa ancora le lotte tra opposti fondamentalismi: cattolici (e ancor più protestanti) da una parte, islamisti o indù dall’altra; altra cosa infine il diffuso sospetto o l’insofferenza che  circondano spesso i cattolici in Europa e anche in Italia, dove è insediata la Corte pontificia. Mi sembra sia importante distinguere, e non solo perché diversi sono gli esiti, anche se poi nel profondo il retaggio storico è il medesimo: la frequente collusione tra la Chiesa e i governi meno democratici o più oppressivi e il tradizionale moderatismo del ceto medio cattolico, spesso confuso con la saggia moderazione (secondo l’arguto Martinazzoli la moderazione sta al moderatismo come la castità all’impotenza). E ancor più importante credo sia evitare il riflesso difensivo, vittimistico e autocommiserante: noi siamo i perseguitati, gli altri sono i violenti o i fondamentalisti o i nichilisti o i relativisti. Tempo fa gli illuministi, i positivisti, i materialisti…

Ovvio che bisogna reclamare e difendere la libertà di religione, di culto e di espressione, che però vale per tutti, anche per i musulmani in  Italia, a esempio, e auspicabilmente senza invocare una tignosa reciprocità, con la fiducia che qualcuno deve pur cominciare, e ricordando che fino a due secoli fa non è che dalle nostre parti ci fosse una generosa tolleranza verso i non cattolici. E non penso che con la dottrina esclusivista (extra ecclesia nulla salus, definito dal grande storico e teologo del primo Novecento Ernst Troeltsch l’“orribile motto” e oggi finalmente messo in sordina) si vada molto in là, specie in tempi in cui il confronto con le altre grandi religioni non è più remoto e favolistico ma quotidiano, porta a porta si può dire. Tuttavia non mi sembra che, salvo il benemerito card. Tettamanzi e  altre poche eccezioni, ci siano state chiare prese di posizione cattoliche per sostenere il diritto alla moschea per i fedeli musulmani delle nostre città: comunque non con la stessa passione con cui ci si batte contro il testamento biologico, che pure, a lume di carta costituzionale e di buon senso democratico, dovrebbe essere un altro diritto riconosciuto… E quando qualche parroco di buona volontà ha cercato di aprire i locali della parrocchia al culto dei musulmani ha dovuto rientrare subito nei ranghi.

Ma dai grandi problemi planetari soffermandoci ancora nel nostro orticello domandiamoci con tutta l’onestà intellettuale possibile perché è così frequente quella frasetta con quel “ma”: «È cattolico, ma è una brava persona». Come a dire: sì, purtroppo è cattolico, però, nonostante questo macroscopico difetto che dovrebbe renderlo poco affidabile, è tuttavia uno con cui si può stare, si può parlare, si possono fare cose. Temo che questa diffidenza corretta in extremis non sia frutto dell’evangelico essere nel mondo ma non del mondo: anzi, esattamente al contrario, sia conseguenza di un essere troppo del mondo. Si è del mondo quando, in cambio simoniaco di qualche beneficio economico o politico, si sbava come boxer incontrando a cena o in udienza particolare un Presidente del consiglio che, secondo il Piccolo Fratello Arturo Paoli, è “una figura indegna, nella dimensione privata come in quella pubblica.” Si è del mondo quando la dottrina, tutta umana e “teologica”, prevale sulla testimonianza e sulla sequela di un Assoluto che è sempre precedente a ogni nostra costruzione. Si è del mondo quando si difende un’identità istituzionale come un possesso dato e riconoscibile, con chiese e organizzazioni, anziché ascoltare in Gesù di Nazaret il racconto di Dio. Mi rendo conto che la storia della Chiesa vive nella dialettica tra istituzione e comunità, che la prima senza la seconda si ossifica e che la seconda senza la prima rischia la dispersione, l’evaporazione sentimentale o il fanatismo. Ma da troppi secoli, a parte l’ora d’aria del Concilio Vaticano II (le finestre furono subito chiuse già con Paolo VI), la chiesa visibile  ha poco da dire agli uomini, anzi, è avvertita come ostile, contraria a ogni esigenza di emancipazione e di libertà, pronta ad allearsi col diavolo pur di mantenere o addirittura incrementare privilegi mondanissimi e disposta a riconoscere controvoglia i diritti quando questi sono ormai diventati luogo comune. Là dove c’è bisogno di senso impone norme. Così ormai rischia di dare risposte per le quali non c’è più nessuna domanda. Ma il bisogno, magari non riconosciuto e inespresso, della Buona Novella resta nell’umanità sofferente. Forse si raccoglie tutto in quel “ma”.

Cristiani di Occidente e di Oriente

di Claudia D. F. – Tutti abbiamo negli occhi l’immagine dell’icona di Cristo macchiata del sangue dei nostri fratelli copti ad Alessandria d’Egitto al passaggio del nuovo anno: un attentato vile e crudele perché organizzato proprio per colpire, in un momento di festa collettivo, un gran numero di innocentissime e pacifiche persone…

di Claudia D. F.Tutti abbiamo negli occhi l’immagine dell’icona di Cristo macchiata del sangue dei nostri fratelli copti ad Alessandria d’Egitto al passaggio del nuovo anno: un attentato vile e crudele perché organizzato proprio per colpire, in un momento di festa collettivo, un gran numero di innocentissime e pacifiche persone…

E, probabilmente, in molti ci interroghiamo sul cristianesimo orientale e pensiamo con dolore che proprio laddove la nostra fede è nata e si è affermata, lì le comunità cristiane si stanno davvero assottigliando, sino a perdere senso, se non a sparire addirittura: per i cattolici, ancora 26% in Libano, 3,7% nella penisola Arabica, ma 1.5% in Siria, 1,1% in Iraq, 0,9% in Israele e Giordania, 0,7% in Palestina, 0,3% in Egitto, 0,02 in Turchia, 0,003% in Iran (Avvenire, 10 ottobre 2010, p. 7).

Eppure, abbiamo tanto sperato in una possibile ripresa, abbiamo guardato al sinodo di metà ottobre a Roma come ad un momento di possibile rinascita, un punto fermo da cui ripartire, per loro, con coraggio, caparbietà, e molta fede…

Ci dobbiamo veramente pensare di più: dobbiamo trovare nessi concreti, reti di amicizia e di solidarietà fra noi, occidentali, e loro, orientali o meglio medio orientali, perché farà bene ad entrambi di sicuro… Lo dicevano, del resto, le voci provenienti dal sinodo stesso rivendicando innanzitutto un ruolo “insostituibile” alla minoranza cristiana; anzi, proprio su questo il padre gesuita Samir Khalil Samir (cristiano arabo libanese e islamologo) con forza sottolineava che si tratta semmai di “minoranze di prima classe” per la ricchezza culturale e la capacità di mediazione che queste comunità hanno sempre avuto, anche nei confronti del mondo arabo: per esempio, traducendo dal siriaco in arabo il sapere classico ellenistico-romano, e dunque rimettendolo in tal modo in circolo…

Di più: il siriano Joseph Yacoub, uno dei massimi studiosi in Francia (Università Cattolica di Lione) dei diritti delle minoranze, sottolineava la giusta scelta del versetto di Atti che ha fatto da guida al sinodo alludendo alla “moltitudine di coloro che erano diventati credenti”: ma quale moltitudine, si dirà, se abbiamo appena visto come i cristiani laggiù siano sempre meno? E continuava: “il Medio Oriente è plurale…e in questo contesto è importante che anche la Chiesa abbia un volto plurale. Sono sette le Chiese che partecipano a questo sinodo, e ciascuna ha la sua liturgia, la sua teologia, la sua organizzazione”: e quanto bene fa a noi tutto ciò! Nell’incontro romano si parlava non solo francese, italiano, inglese, ma anche arabo –anch’essa lingua ‘cristiana’ si scriveva con orgoglio!- , armeno e neo siriaco… e proprio Antonios Neguib, il patriarca dei copti di Alessandria, aveva avuto parole di speranza non solo per la ricchezza di questa molteplicità, ma anche per la tensione quotidiana del confronto-dialogo con il mondo islamico, che chiede “impegno per i diritti e la democrazia”: e per tutti (ivi, p. 7).

Davvero tutto ciò ci interpella molto fortemente: ci interpella e ci sfida… Vorrei provare a dire qualche perché…pensarci e magari discuterne…

La prima riflessione: quanto poco sappiamo, in realtà, di loro, come delle altre numerose comunità cristiane e cattoliche che nel mondo sono perseguitate per motivi di fede… Quindi davvero dovremmo innanzitutto cercare di ‘sapere’, informarci in modo più attento e critico, scegliendo le fonti di informazione, con la consapevolezza che questa è fondamentale ma non è mai neutra…

La seconda: scuoterci dalla nostra comoda condizione di ‘maggioranza’ (parlo soprattutto per l’Italia) o comunque di fedeli che hanno ancora un patrimonio del ‘passato’ importante su cui contare e molto vicino nel tempo. Se il cristianesimo ha vinto, è perché ha avuto santi e martiri… Certo, a noi, per ora almeno, nessuno chiede di passare attraverso delle persecuzioni e di rischiare la vita… ma un po’ più lontano sì in questo ‘villaggio globale’, e sempre di più: pensiamo a tante zone dell’Africa o dell’Asia dove molti fratelli rischiano tutti i giorni per la loro coerenza, oppure, come accadeva alle origini, comunque si giocano carriera, benessere materiale e così via… Non ci dice nulla, tutto ciò?Non dovremmo confrontarci con la loro situazione e riflettere maggiormente sulla tepidezza e incoerenza di molte delle nostre scelte, e dunque, forse, anche della nostra fede?

La terza: i cristiani del Medio Oriente ci dicono così chiaramente che occorre non avere paura e non arretrare davanti alla pluralità sociale, culturale e religiosa…perché se le differenze sono sempre faticose e capaci però di produrre ricchezza e vita… non dovremmo interrogarci allora sulle nostre ‘paure’, qui da noi, davanti a chi viene da lontano, a chi è portatore di uno stile altro e che sempre di più cerchiamo di allontanare, neutralizzare, negare di fatto?

Da ultimo: ma è la sottolineatura forse più forte e utile… come anche papa Benedetto detto in questi giorni, questi fratelli devono ‘restare’ e, nonostante le persecuzioni e le violenze, devono continuare nello stile che Gesù ha proposto, che è quello della pace, del confronto, del lavoro quotidiano di chi agisce come “costruttore di ponti e esperto di dialogo”…

Ma se questo è chiesto a chi vive la discriminazione e rischia di continuo, cosa pensiamo di dover fare noi, cristiani di Occidente che rischiamo invece continuamente di ‘aggiustare’ e‘svendere’ la nostra fede e di abdicare proprio all’insostituibile compito di essere lievito, sale, luce, cioè di essere appunto la ‘coscienza critica’ del nostro tempo?

CRISTIANI DI OCCIDENTE E DI ORIENTE

Tutti abbiamo negli occhi l’immagine dell’icona di Cristo macchiata del sangue dei nostri fratelli copti ad Alessandria d’Egitto al passaggio del nuovo anno: un attentato vile e crudele perché organizzato proprio per colpire, in un momento di festa collettivo, un gran numero di innocentissime e pacifiche persone…

E, probabilmente, in molti ci interroghiamo sul cristianesimo orientale e pensiamo con dolore che proprio laddove la nostra fede è nata e si è affermata, lì le comunità cristiane si stanno davvero assottigliando, sino a perdere senso, se non a sparire addirittura: per i cattolici, ancora 26% in Libano, 3,7% nella penisola Arabica, ma 1.5% in Siria, 1,1% in Iraq, 0,9% in Israele e Giordania, 0,7% in Palestina, 0,3% in Egitto, 0,02 in Turchia, 0,003% in Iran (Avvenire, 10 ottobre 2010, p. 7).

Eppure, abbiamo tanto sperato in una possibile ripresa, abbiamo guardato al sinodo di metà ottobre a Roma come ad un momento di possibile rinascita, un punto fermo da cui ripartire, per loro, con coraggio, caparbietà, e molta fede…

Ci dobbiamo veramente pensare di più: dobbiamo trovare nessi concreti, reti di amicizia e di solidarietà fra noi, occidentali, e loro, orientali o meglio medio orientali, perché farà bene ad entrambi di sicuro… Lo dicevano, del resto, le voci provenienti dal sinodo stesso rivendicando innanzitutto un ruolo “insostituibile” alla minoranza cristiana; anzi, proprio su questo il padre gesuita Samir Khalil Samir (cristiano arabo libanese e islamologo) con forza sottolineava che si tratta semmai di “minoranze di prima classe” per la ricchezza culturale e la capacità di mediazione che queste comunità hanno sempre avuto, anche nei confronti del mondo arabo: per esempio, traducendo dal siriaco in arabo il sapere classico ellenistico-romano, e dunque rimettendolo in tal modo in circolo…

Di più: il siriano Joseph Yacoub, uno dei massimi studiosi in Francia (Università Cattolica di Lione) dei diritti delle minoranze, sottolineava la giusta scelta del versetto di Atti che ha fatto da guida al sinodo alludendo alla “moltitudine di coloro che erano diventati credenti”: ma quale moltitudine, si dirà, se abbiamo appena visto come i cristiani laggiù siano sempre meno? E continuava: “il Medio Oriente è plurale…e in questo contesto è importante che anche la Chiesa abbia un volto plurale. Sono sette le Chiese che partecipano a questo sinodo, e ciascuna ha la sua liturgia, la sua teologia, la sua organizzazione”: e quanto bene fa a noi tutto ciò! Nell’incontro romano si parlava non solo francese, italiano, inglese, ma anche arabo –anch’essa lingua ‘cristiana’ si scriveva con orgoglio!- , armeno e neo siriaco… e proprio Antonios Neguib, il patriarca dei copti di Alessandria, aveva avuto parole di speranza non solo per la ricchezza di questa molteplicità, ma anche per la tensione quotidiana del confronto-dialogo con il mondo islamico, che chiede “impegno per i diritti e la democrazia”: e per tutti (ivi, p. 7).

Davvero tutto ciò ci interpella molto fortemente: ci interpella e ci sfida… Vorrei provare a dire qualche perché…pensarci e magari discuterne…

La prima riflessione: quanto poco sappiamo, in realtà, di loro, come delle altre numerose comunità cristiane e cattoliche che nel mondo sono perseguitate per motivi di fede… Quindi davvero dovremmo innanzitutto cercare di ‘sapere’, informarci in modo più attento e critico, scegliendo le fonti di informazione, con la consapevolezza che questa è fondamentale ma non è mai neutra…

La seconda: scuoterci dalla nostra comoda condizione di ‘maggioranza’ (parlo soprattutto per l’Italia) o comunque di fedeli che hanno ancora un patrimonio del ‘passato’ importante su cui contare e molto vicino nel tempo. Se il cristianesimo ha vinto, è perché ha avuto santi e martiri… Certo, a noi, per ora almeno, nessuno chiede di passare attraverso delle persecuzioni e di rischiare la vita… ma un po’ più lontano sì in questo ‘villaggio globale’, e sempre di più: pensiamo a tante zone dell’Africa o dell’Asia dove molti fratelli rischiano tutti i giorni per la loro coerenza, oppure, come accadeva alle origini, comunque si giocano carriera, benessere materiale e così via… Non ci dice nulla, tutto ciò? Non dovremmo confrontarci con la loro situazione e riflettere maggiormente sulla tepidezza e incoerenza di molte delle nostre scelte, e dunque, forse, anche della nostra fede?

La terza: i cristiani del Medio Oriente ci dicono così chiaramente che occorre non avere paura e non arretrare davanti alla pluralità sociale, culturale e religiosa…perché se le differenze sono sempre faticose e capaci però di produrre ricchezza e vita… non dovremmo interrogarci allora sulle nostre ‘paure’, qui da noi, davanti a chi viene da lontano, a chi è portatore di uno stile altro e che sempre di più cerchiamo di allontanare, neutralizzare, negare di fatto?

Da ultimo: ma è la sottolineatura forse più forte e utile… come anche papa Benedetto detto in questi giorni, questi fratelli devono ‘restare’ e, nonostante le persecuzioni e le violenze, devono continuare nello stile che Gesù ha proposto, che è quello della pace, del confronto, del lavoro quotidiano di chi agisce come “costruttore di ponti e esperto di dialogo”…

Ma se questo è chiesto a chi vive la discriminazione e rischia di continuo, cosa pensiamo di dover fare noi, cristiani di Occidente che rischiamo invece continuamente di ‘aggiustare’ e‘svendere’ la nostra fede e di abdicare proprio all’insostituibile compito di essere lievito, sale, luce, cioè di essere appunto la ‘coscienza critica’ del nostro tempo?

Claudia D. F.

Ancora Natale!

Di Daniela B. – Il Natale si va facendo sempre più parola vuota di senso. Se ne è perso, con l’etimologia, il suo significato di nascita e, più ancora, quale nascita si vada celebrando. La carica pervasiva dei Babbo Natale sfonda irruente le porte delle case, si fa immaginario collettivo al punto che alla domanda fatta a scuola su chi nasca a Natale, la risposta immediata è stata: Babbo Natale […].

Di Daniela B. – Il Natale si va facendo sempre più parola vuota di senso. Se ne è perso, con l’etimologia, il suo significato di nascita e, più ancora, quale nascita si vada celebrando. La carica pervasiva dei Babbo Natale sfonda irruente le porte delle case, si fa immaginario collettivo al punto che alla domanda fatta a scuola su chi nasca a Natale, la risposta immediata è stata: Babbo Natale!

La tentazione di abbandonare si fa forte. Sull’onda di un nuovo paganesimo mercificante, a difesa di una laicità vuota, spariscono i presepi e quel bambinello che dovrebbe esserne il centro.  Eppure avverto forte non tanto la nostalgia d’un tempo passato, piuttosto l’urgenza di ritrovare un posto per quel bambino, figlio di un Dio che vuol farsi uomo. Maria “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto nell’alloggio” (Lc. 2, 7). Non c’era posto per loro. Poche parole a concludere l’evento, narrato con una naturalezza che sconcerta. Maria fascia il bambino e lo mette sulla paglia. Non si lamenta, non protesta per non avere trovato un posto migliore. Quel bambino, che lei sapeva essere il figlio di Dio, nasce comunque, anche in una stalla. Come i tanti bambini poveri del mondo, che vedono la luce tra la polvere, partoriti da madri che troppo spesso rischiano la vita per dare loro la vita. Da qui il primo spunto: non basta eliminare il presepio dalle nostre esistenze, non è sufficiente chiudere le porte delle nostre case: quel bambino nasce lo stesso, è nato per ognuno di noi. Un bambino che certo possiamo ignorare, consapevoli tuttavia di smarrire per sempre il significato del Natale. Recuperarne il senso si fa invece occasione per indagare l’essenza di quel bimbo figlio di Dio e più ancora del suo rapporto con noi.

Nel suo farsi bambino, Gesù si affida alle cure di una madre ancora stupita, che lo osserva e ascolta in silenzio quanto si dice di lui. Come ogni bambino, Gesù  ha bisogno di essere curato e protetto. Dunque la prima relazione con lui si fa relazione di cura e attenzione. E’ nel prendersi cura che ci si conosce e si stabiliscono legami, l’indifferenza impedisce la conoscenza e ogni umana sim-patia. Guardare al bambino di Betlemme si fa allora richiamo forte a sollevare lo sguardo, ad ascoltare, a prendersi cura. Prima ancora, guardarsi dentro e ascoltarsi, nel silenzio ritrovare un cuore, il tuo cuore, che è fatto per amare, che ha bisogno d’amare come di essere amato.

“Andiamo dunque verso Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc. 2, 15b), dicono i pastori all’annuncio dell’angelo. Curiosità? Abbiamo perso anche quella! Non mancano angeli che ancora annunciano il bene, eppure l’assenza di curiosità impedisce il cammino, la voglia di mettersi in moto. Sordo alle domande di senso che la vita stessa gli pone, l’uomo trascorre il suo tempo in un’inerzia di fondo, mal celata dalla frenesia di corse affannate. I pastori hanno alzato lo sguardo, hanno visto la luce e l’hanno seguita. Hanno visto il bambino e se ne sono tornati pieni di gioia. Perché? Che cosa hanno ricevuto da lui? Null’altro che la gioia di un incontro d’amore, capace di dare senso alla vita. Nella povertà delle nostre esistenze, abbiamo davvero bisogno di un incontro capace di regalare dinamiche nuove e nuovi orizzonti. Non sono i grandi incontri che ci cambiano, piuttosto quelli veri, vissuti nella semplicità di pochi gesti. Nessuna conversione improvvisa, invece la lunga pazienza dell’attesa. Quel bambino nato a Betlemme resterà 30 anni a Nazareth, quasi a dire che l’annuncio ha bisogno di tempo. Abbiamo perso anche la dinamica dell’attesa. Tutto ha da consumarsi nella dimensione dell’attimo, perché non siamo più capaci d’attesa e forse neppure di desiderio. L’attesa soltanto aumenta il desiderio, più ancora si fa spazio per una valutazione profonda di quanto attendiamo. Quel bambino a Betlemme illuminò la notte di uomini e donne, poveri, semplici, tuttavia capaci di speranza, speranza ora dissolta nelle incrollabili certezze del nostro tempo e insieme nelle sue precarietà. Così il credente pare adagiato in una sorta di tranquillizzante assuefazione, chi non crede sembra avere abbandonato gusto della ricerca e desiderio d’incontro. E il Natale scivola via, come le bollicine dello champagne, lasciando insoddisfazione e delusione, in mano un pugno di mosche, nel cuore il freddo di sempre. Eppure, come quella volta a Betlemme, quel bambino nasce ancora oggi lo stesso, ci domanda cura e attenzione, ci dona il suo amore, un amore che interroga l’uomo che accetti di mettersi in gioco. Non c’era posto per loro. Nel terzo millennio non più soltanto semplice constatazione, ma profezia che ancora risuona, risuona anche per me! Fare posto a Dio! Non più magia di una notte ossannante di canti, ma impegno che chiede di venir rinnovato. Gioia profonda di un incontro che cambia, abbattendo le tue certezze, mettendoti in crisi. Un incontro che ti rimette in cammino, sulla strada non facile di una verità che sconcerta. Perché quel bambino, da quella notte lontana, è Dio che cammina con te.

Daniela B.

Natale

Di Peregrinus – Per il vero credente, quello tosto, la grande festa è la Pasqua di resurrezione. Si innesta nelle radici ebraiche del Nazareno, è contraria a ogni bennata ragionevolezza, esige il credo quia absurdum. Costò a Paolo gli sberleffi degli ateniesi e oggi, prova sicura della decadenza dei tempi […].

Di Peregrinus – Per il vero credente, quello tosto, la grande festa è la Pasqua di resurrezione. Si innesta nelle radici ebraiche del Nazareno, è contraria a ogni bennata ragionevolezza, esige il credo quia absurdum. Costò a Paolo gli sberleffi degli ateniesi e oggi, prova sicura della decadenza dei tempi, gli costerebbe quelli di Odifreddi o di Maurizio Ferraris. Nella Pasqua si celebra la liberazione dal peccato, la redenzione avvenuta, la fede nella vita eterna e addirittura nella resurrezione della carne.

Il Natale è più domestico, se così si può dire. Non perché l’incarnazione di un dio sia cosa di tutti i giorni, ma è già più pagana, quindi più “naturale”. E anche il periodo in cui cade ha radici pagane: la grande festa dei Saturnali, svolta cruciale nel ciclo dell’anno, al passaggio tra il silenzio invernale e i primi barlumi del risveglio primaverile. (Qui si vede il genio della chiesa primitiva, che a differenza di quella moderna e attuale sapeva innestare i propri contenuti nella tradizione del mondo.) Insomma, il Natale sembra più a misura d’uomo: l’idea stessa dell’incarnazione suggerisce una fiducia nella realtà che nessun’altra religione propone con tanta forza. Dio entra nel mondo, si incista nella sua storia, ne condivide le miserie e le bellezze, lo santifica anche per chi non crede. Lo salva. Ma da che cosa? Da noi stessi? Dalla natura? Dal peccato? Ma che peccato ha mai compiuto il camoscietto appena nato, ancora parzialmente avvolto nella placenta, cui i corvi si precipitano a strappare gli occhi semichiusi, per loro una ghiottoneria come per noi le patatine fritte, sotto lo sguardo sgomento della madre? O qual è il peccato dei vermi che vengono progressivamente mangiati vivi da dentro, cibo per gli icneumonidi che si annidano nel loro ventre? O del topo, oggetto delle sevizie dei nostri coccolati gattini? Ricordiamo che accanto allo sbocciare dei fiori e al ruscellare delle acque, che accanto all’assoluta gratuità della bellezza nella cosiddetta “armonia della natura” c’è anche, e forse di più, un’immane sofferenza. Una sofferenza che non può certo essere spiegata dal mito del peccato originale e che nessun supposto “disegno intelligente” può giustificare. Così come nulla può giustificare la sofferenza dell’innocente, sia il bimbo ebreo fatto sbranare vivo dai cani nel campo di concentramento sia la bambina venduta alle voglie del turista occidentale in certi locali di tutto quello che un tempo si chiamava “Terzo Mondo”.
E nemmeno quella della vipera che per paura e per rabbia qualche anno fa uccisi a bastonate in una radura appenninica: non dimenticherò mai la domanda: “Perché?” rivoltami da un occhio in cui in quel momento, per colpa mia, si concentrava tutta la sofferenza dell’universo.

Per essere salvati bisogna sentire il bisogno di salvezza. Secondo me la grandezza del Natale, e quindi dell’incarnazione, non consiste nella redenzione. Questa è compito dell’uomo, è lui che deve salvarsi e deve salvare insieme la natura che a lui si affida con muta domanda. E alla fine del cammino offrirla con se stesso e la sua storia al Signore dell’universo. La grandezza del Natale, e quindi dell’incarnazione, sta piuttosto nella condivisione del male, e della sofferenza che ne consegue, da parte di un innocente che poteva sfangarsela, se mi si passa l’espressione.
Il grande Eduardo De Filippo dice in qualche sua commedia: Se siamo tutti nella stessa barca io vado a nuoto. Ecco, Gesù nella stalla (e poi sulla croce) ci dice esattamente il contrario di questa cinica saggezza. Gesù entra nella nostra barca alla deriva e non la salva dalle acque in tempesta ma è accanto a noi per raddrizzarla. In questo sta la redenzione divina, ben più potente di quella umana: nel farci sentire incompiuti e quindi bisognosi di compiutezza.
Qui sta la grande speranza che il Natale inaugura: non più solo una promessa o un patto di protezione in cambio di fedeltà (che, se fosse possibile dirlo, suona un po’ mafioso) ma una quotidiana partecipazione alla nostra finitudine creaturale, un abbracciarsi tra fratelli al cospetto di quel grande mistero che siamo soliti chiamare Dio. Un mistero che proprio Gesù ci ha per sempre dischiuso chiamandolo Abbà, Padre. Grazie a quel bambino nella stalla abbiamo imparato su di noi e su Dio verità altrimenti indeducibili. E in quell’uomo che ha voluto essere nostro fratello abbiamo un riferimento irraggiungibile per il nostro vivere nel mondo con gli altri, uomini e natura. Per questo ogni anno diventiamo inquieti nell’attesa del miracolo che ci rende consapevoli della nostra incompiutezza e della possibilità di riscatto ricevuta per grazia: inquieti e timorosi, ansiosi che la speranza non sia vana, che la stella torni a brillare sul nostro incerto cammino.
Concludo con una delle più belle poesie del Novecento, una poesia di Rebora, perché mi sembra esprimere mirabilmente quello che è il nostro Natale oggi, disilluso e tuttavia ancora capace di speranza.

Dall’immagine tesa
Dall’immagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
Ma deve venire,
Verrà, se resisto
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
Del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.

Peregrinus

Relativismo?

Di Peregrinus – La Torah comincia con la parola bereshìt, In principio. La prima lettera è perciò beth, chiusa a destra e aperta a sinistra. Ma poiché gli ebrei leggono da destra verso sinistra, ciò significa che si può procedere solo dalla creazione in poi […].

Di Peregrinus – La Torah comincia con la parola bereshìt, In principio. La prima lettera è perciò beth, chiusa a destra  e aperta a sinistra. Ma poiché gli ebrei leggono da destra verso sinistra, ciò significa che si può procedere solo dalla creazione in poi. (E infatti i  venerandi maestri, nella loro concretezza antimetafisica, dicevano: “Non hai diritto di indagare se non dal giorno in cui il mondo è stato creato in poi”.)

Però la lettera aleph, che è la prima lettera dell’alfabeto ebraico, non fu affatto contenta che la Torah cominciasse senza di lei, e andò a lamentarsi con Dio: “Perché non sono stata scelta io per cominciare il racconto della creazione?”

Dio, nella Sua infinita pazienza, le disse: “Sta tranquilla! Quando mi rivelerò all’uomo comincerò proprio con te.”

E infatti, sul  monte Sinai, Dio comincia: ”Io sono il Signore Dio tuo”, e siccome la parola io in ebraico è anochí, cioè comincia con l’aleph, quest’ultima fu finalmente soddisfatta.

Questo midrash è raccontato dal grande pensatore giudeo-cristiano e biblista Paolo De Benedetti.  Un altro grande studioso di ebraismo e di mistica ebraica, Gershom Scholem, ci ricorda inoltre che l’aleph non ha un suono ben definito: in realtà è una sorta di predisposizione della glottide a parlare. Per questo gli antichi qabbalisti dicevano che la rivelazione di Dio all’uomo comincia e finisce con l’aleph di anochí : tutto il resto è nostra interpretazione.

Per questo De Benedetti dice che c’è sempre almeno un settantunesimo senso del testo sacro, oltre ai settanta attribuiti dalla tradizione. In realtà, è un modo per dire che non c’è limite nel trovare sensi: “Settanta vuol dire tutti, settantuno vuol dire tutti più qualcosa”. I sensi sono tanti quanti sono gli uomini. Ogni vita che si spegne o che non nasce è un senso in meno del mondo, e ne siamo tutti impoveriti. Perciò la vita è in sé santa e ogni uomo insostituibile. Ogni uomo ha una sua sensibilità, una sua esperienza, una sua “enciclopedia” interiore, soprattutto una sua vocazione individuale, come individuale è il suo nome, e forse tutte queste cose insieme sono la sua “anima”, e con questa egli interpreta la realtà in cui vive e che in base a questa interpretazione costruisce.

Oggi si usa bollare tutto ciò di “relativismo”. Non sono d’accordo, e penso che l’accusa sia il riflesso di una volontà di egemonia dottrinaria. Il relativismo nega a priori l’esistenza della verità; la molteplicità delle interpretazioni, e il loro conflitto, invece, non negano affatto, di principio, l’esistenza della verità: dicono soltanto che essa si dispiega nel pluralismo ermeneutico. Ogni interpretazione è solo parziale e la verità non è sedentaria, è un limite che si sposta a ogni nostro passo avanti nella sua conoscenza o intuizione (secondo un movimento asintotico, cioè mai coincidente, si potrebbe dire in linguaggio matematico). Quindi a ogni uomo è concesso  raggiungerne solo un frammento. La verità è nomade, in esilio, esodale, se così si può dire. E’ un obiettivo da perseguire, non un principio codificato che sta alle mie spalle. La verità è unica, ma si può nominare in modi diversi: è plurale. Come diceva Kafka: “E’ difficile parlare della verità perché, sebbene ce ne sia una sola, è vivente, e ha quindi un volto che cambia con la vita.”

Forse sarebbe meno equivoco parlare piuttosto di “prospettivismo”. Ne Le città invisibili Italo Calvino racconta della città di Despina, che si può raggiungere dal mare, per nave, o dal deserto, per cammello. E naturalmente “la città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare.” Quando la vede “spuntare all’orizzonte dell’altipiano” il cammelliere “sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto”, mentre il marinaio “nella foschia della costa distingue la forma d’una gobba di cammello (…) sa che è una città ma la pensa come un cammello (…) che lo porta via dal deserto del mare.” Ecco, io penso che la verità sia come la città di Despina: esiste realmente, ma muta a seconda della prospettiva da cui la osservo.

Dice il saggio e tollerante Lessing: “Se Dio tenesse nella Sua mano destra tutta la verità e nella mano sinistra il solo tendere verso la verità, seppure con la condizione di dover andare eternamente smarrito, e mi dicesse: “Scegli”, io mi precipiterei umilmente alla Sua sinistra e direi: “Concedimi questa, o Padre: la verità pura è soltanto per Te.”

Peregrinus

Passeggiate

Di Peregrinus – Nella mia esperienza la natura non è solo il bel paesaggio: è una modalità della preghiera. Un luogo del rendimento di grazie. Dell’epifania. Mi sento molto più devoto in un bosco che in una chiesa, dove riesco a distrarmi persino al momento dell’elevazione. Romanticismo? Estetismo? Sentimentalismo? Non so rispondere, ma ho l’impressione di no […].

Di Peregrinus – Nella mia esperienza la natura non è solo il bel paesaggio: è una modalità della preghiera. Un luogo del rendimento di grazie. Dell’epifania. Mi sento molto più devoto in un bosco che in una chiesa, dove riesco a distrarmi persino al momento dell’elevazione. Romanticismo? Estetismo? Sentimentalismo? Non so rispondere, ma ho l’impressione di no. Giorni fa ero su una cima (facile, meno di due ore di salita), in una splendida e gelida giornata autunnale, coi  monti azzurri e lievi, aerei: luci e colori teneri e insieme nitidissimi, le montagne leggere quasi fossero fatte di vetro soffiato, come le decorazioni dell’albero di Natale, o  come riflesse su acqua di lago. E’ il mio amatissimo autunno: ogni cosa luminosa, come se l’idea si facesse visibile nelle cose e queste si organizzassero attorno alla loro idea, in una trasparenza quasi assoluta, senza distinzione tra soggetto e oggetto. E la bellezza diventa  promessa di felicità, nostalgia di una contrada in cui non siamo mai stati, se posso usare una venatura escatologica.

Da dove ero potevo vedere ghiacciai e vette, e l’intera catena del Bianco, e poi, man mano più lontani, il Grand Combin, il Cervino, il Rosa… Tutto era vivo, ma nell’estenuante, languida dolcezza della preparazione al sonno invernale, quando la terra si chiude su di sè, in attesa. Una sorta di preparazione all’Avvento.

Al ritorno mi sono fermato in un bosco, pini e larici, piante di mirtillo dal giallo all’arancione al rosso; negli occhi ancora l’argento della pietraia appena attraversata. Amo le pietraie, e non credo che i minerali siano mera materia: è vita apparentemente bloccata, in realtà solo segreta. Seduto in una radurina, silenzioso,  avevo la netta sensazione che tutto, raggi del sole al tramonto, mirtilli, insetti, terreno freddo ma  secco, rami caduti, alberi, pigne, tutto fosse al suo posto; che se appena avessi spostato anche solo un rametto o uno stelo sarebbe cambiato l’intero ordine del mondo. Era come se percepissi il cosmo, mi sentivo in sintonia con l’universo…

Amo anche gli alberi: crescono e vivono senza danneggiare nessuno, solo donando. Sono l’elemento più vitale che conosca, e mai a spese degli altri. Attecchiscono eroicamente anche sulle creste rocciose: gli basta un pugno di terra. Su certe coste erbose li vedi tutti stortati da anni di vento, o mezzo mangiati dal fulmine: però vivono e ringraziano. C’è un larice immenso, quassù; qualche sciagurato ci ha fatto un fuoco alla base, smangiandone il grande tronco. Ma lui ha retto, è ancora bello e forte, e io mi commuovo a vedere le stille di resina che gli solcano la corteccia. Gli alberi sono tutti uno diverso dall’altro, hanno una loro vita segreta; a me sembra si immobilizzino solo quando li guardi, se ti giri dall’altra parte hai la sensazione, nettissima, che a modo loro si muovano, camminino, si incontrino. Poi, appena ti rigiri, eccoli di nuovo immobili. Di molti sono amico, li saluto, ringraziamo insieme il Signore.

In Italia centrale c’è un ulivo immenso, da calcoli oggi possibili sembra risalire alla repubblica romana (non quella di Mazzini, proprio quella dell’antica Roma). Quindi ha circa 2500 anni di vita. E’ immenso, ci vogliono almeno otto uomini in cerchio per cingerne la circonferenza. Lo vado a trovare quando posso, magari all’inizio di gennaio, come auspicio e fonte di energia per l’anno nuovo, e penso spesso alla sua storia. In tutta la sua esistenza sicuramente sotto i suoi rami qualcuno  è stato concepito, qualcun altro ucciso, altri vi saranno nati, qualche vecchio, avvertita l’ora, sarà andato a lasciarsi morire, la schiena appoggiata al tronco entro cui avrà avvertito scorrere la linfa benefica.  E che rete di relazioni si deve essere intessuta intorno a lui, quanti passaggi di soldati su è giù verso Roma o in fuga disordinata! E le donne violentate, i soldati ingannati e uccisi a tradimento dai contadini, le razzie… E lui ha continuato nei millenni a dilatare le sue fronde, a proteggere, ad accogliere, a produrre olive. Ne produce ancora oggi, piccole e non più adatte a fare olio, ma ancora buone per i tordi. Ormai non lo va a trovare quasi più nessuno: però mi è capitato di incontrare qualche turista giapponese, chissà come arrivato lì dall’Estremo Oriente,  che lo  fotografa…

Per me quell’ulivo è un testimone della vita divina che percorre l’universo e lo tiene insieme e vi si specchia per farci intravedere non la sua immagine, ché quella è solo nell’uomo, ma la sua libertà e la sua bontà sì…  Nella natura si percepisce l’invincibile forza rivelativa del progetto di Dio, penso anzi che sia una forma di manifestazione della Sua forza,  da quando, prima del tempo,  liberamente decise di esistere, scegliendo di lasciare dietro di Sè, come Sua ombra, l’inerzia della non-esistenza,  quel dio prima di Dio di cui parlano alcuni filosofi, oggetto del  Suo “No” nel momento in cui, avviando il processo creativo, contemporaneamente ha cominciato a rivelarsi.  (E che siano qui l’origine e la sede del male? In quest’ombra rimasta dietro Dio? Nella Sua ombra?)

Peregrinus